Ciulla è uno di quegli artisti che, nel panorama indipendente italiano, ha scelto di seguire una traiettoria personale e profondamente sincera, lontana dalle scorciatoie e dalle estetiche più patinate. Dopo l’esperienza con i Violacida, il cantautore livornese ha continuato il suo percorso solista affinando una scrittura sempre più intima, capace però di aprirsi anche a riflessioni collettive e politiche, senza mai perdere delicatezza e umanità.
Il suo nuovo album, “Anche gli sputi riflettono il sole”, racchiude perfettamente questa sensibilità: un disco che attraversa nostalgia, rabbia, ironia, disillusione e rinascita, cercando luce proprio nei margini, nelle crepe e in tutto ciò che solitamente resta fuori dall’inquadratura. Un lavoro eterogeneo, viscerale e autentico, che mette insieme frammenti diversi della sua identità artistica e personale, restituendo uno sguardo poetico ma lucidissimo sul presente.
Tra racconti sulla genesi del disco, riflessioni sul suo percorso musicale e aneddoti legati alla registrazione dell’album, Ciulla ci ha accompagnati dentro il mondo di “Anche gli sputi riflettono il sole”.

Come nasce il tuo nome d’arte?
Ciulla è semplicemente il mio cognome. Ai tempi in cui stavo registrando il mio primo disco, avevo anche pensato di trovarmi un nome ad hoc per il progetto ma, un po’ per pigrizia e un po’ per esorcizzare il modo in cui tutti, tra amici e docenti, mi hanno sempre chiamato, ho deciso di tenere il mio cognome. Tornando indietro, come spesso accade, non so se rifarei la stessa scelta: essendo professore alle scuole medie, mi sento chiamare così ogni giorno anche in quel contesto e questo rende difficile separare le due realtà.
Dai Violacida fino ai tuoi lavori solisti, senti che il tuo modo di raccontarti sia cambiato? C’è qualcosa che oggi riesci a dire in musica che qualche anno fa non saresti riuscito ad affrontare?
Mi sento molto più libero di esprimermi perché non ho altre personalità intorno a cui dover rendere conto. Per esempio, posso parlare in maniera più esplicita di amore senza vergognarmi troppo.
In questi anni di attività solista ho spinto l’acceleratore verso una sensibilità di scrittura più intima rispetto a quella della band. Durante la scrittura del mio ultimo album, però, è come se, a distanza di anni, fosse tornata in me la voglia di riscoprire una vena più elettrica e sporca nei suoni. È da qui che nascono alcuni brani come “Hollywood” o, per esempio, “Politik”.
“Anche gli sputi riflettono il sole” è un titolo molto forte e visivo. Quando è nato e cosa rappresenta davvero per te questa immagine?
È una frase che credo di aver sentito da qualche parte, anche se non ricordo dove. Probabilmente era un po’ diversa, visto che nelle ricerche che ho fatto non l’ho mai più ritrovata. Fatto sta che la trovo un’immagine poetica bellissima, in cui rivedo molto la mia persona, il mio percorso artistico e il contenuto del disco (nei pezzi dell’album ricorrono infatti vari riferimenti alla luce, intesa come “rinascita”).
È come dire che nell’invisibile o nel poco illuminato può abitare qualcosa di importante, necessario e, proprio perché non considerato prima, illuminante.
È un’esortazione, quindi, a guardare con un occhio diverso la realtà e quello che sta ai suoi margini. Non a caso ho scelto di ambientare gli shooting fotografici in zone di campagna o di montagna popolate principalmente da stallieri e da mucche selvatiche. È come se, per rimanere fedeli al titolo, in modo ironico avessi voluto dare una visibilità artistica a una parte di vita che di solito non rientra nell’immaginario musicale di questi anni, particolarmente patinato, urbano e milanocentrico.
Nel disco convivono nostalgia, disillusione, ironia e momenti quasi politici. Hai avuto la sensazione – scrivendolo – di voler mettere insieme tutti i frammenti della tua identità artistica e personale?
Sì. Diciamo che è un disco musicalmente molto vario (mossa controproducente rispetto alle richieste del mercato musicale) proprio perché rispecchia diverse parti della mia identità, attraversando dimensioni personali e artistiche che, nel mio caso, finiscono quasi sempre per coincidere. A differenza dei miei precedenti lavori, però, in questo disco si è aggiunto l’elemento politico. Il motivo è probabilmente dovuto a dei miei crescenti interessi verso alcune tematiche legate all’attualità e a riflessioni condivise con delle persone intorno a me. Ad ogni modo, il pensiero politico ha sempre fatto parte della mia quotidianità: semplicemente, da questo disco, ho sentito il bisogno di esprimerlo sotto forma di canzone.
Le tue canzoni sembrano avere una dimensione molto raccolta e personale: come cambia tutto questo quando i brani arrivano dal vivo davanti a un pubblico?
Quel tipo di dimensione si mantiene spesso anche dal vivo perché la reputo una caratteristica fondamentale del mio linguaggio artistico. Infatti, da solo o in compagnia del violoncello di Leonardo Guardenti, mi trovo spesso a suonare in ambienti piccoli in cui c’è molto ascolto e il contatto umano stesso diventa parte dello spettacolo.
C’è un dettaglio, un’abitudine o un momento molto specifico legato alla scrittura di questo disco che nessuno conosce ancora e che ti va di raccontare?
Tutta la mia vita negli ultimi dieci anni è stata scandita dai dischi che ho pubblicato. Ogni album appartiene a un momento di vita completamente diverso. Quest’ultimo, per esempio, è stato scritto nell’arco di due anni di profonda trasformazione personale in cui la mia esistenza è stata totalmente stravolta.
Per rispondere alla domanda, però, anche se non fa strettamente parte della scrittura dei pezzi, il momento che più mi piace ricordare è stato quello della registrazione. Senza che ci fossimo frequentati prima, per due settimane intere ho ospitato a casa mia Simone Matteuzzi, musicista visionario e produttore artistico dell’album. Con lui, tra colazioni, cene di pesce a Livorno, incontri memorabili e discorsi profondi, ho instaurato una quotidianità e un’amicizia bellissime. Questa è forse la cosa che più ricorderò di questo disco.

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