“Le cose secondarie hanno bisogno di attenzione per essere ricordate”


INTRODUZIONE

Max Gazzè è tornato con “L’ornamento delle cose secondarie”, pubblicato il 15 maggio per Columbia Records Italy / Sony Music Italy, a cinque anni di distanza dal suo ultimo lavoro “La matematica dei rami”.

Questo artista ha sempre avuto, ai miei occhi, qualcosa di speciale, quasi mitologico, come una di quelle specie in via d’estinzione da proteggere con cura. La scorsa settimana ho avuto il privilegio di incontrarlo e ascoltare direttamente da lui il racconto della nascita di questo disco, dall’idea fino alla sua realizzazione: un’esperienza che ha soltanto rafforzato la stima che provo nei suoi confronti, confermando il suo enorme talento e una spiccata creatività.

La parola “racconto”, nella frase precedente, non è stata scelta a caso: fin dal primo ascolto infatti, questo disco mi è sembrato una storia suddivisa in capitoli, capace di andare oltre rispetto ad una semplice descrizione. Le basi musicali, curate in ogni dettaglio, accompagnano le parole con naturalezza dall’inizio alla fine. È con questa premessa che anche io, in questo articolo, ho deciso di raccontarvi una storia.

CAPITOLO 1: IL TITOLO e I TESTI

C’era una volta Max Gazzè che, nel lontano gennaio del 1996, pubblicò il suo primo disco “Contro un’onda del mare”. Per il suo trentesimo anniversario, l’artista ha deciso che avrebbe ripreso il concept di quel primitivo lavoro in studio per farlo tornare in vita e onorarlo grazie ad un’evoluzione realizzata ad hoc nel 2026.

Il titolo si riferisce alle “cose secondarie” ovvero i suoi vecchi testi e alcune poesie scritte da suo fratello Francesco, che non sono mai state utilizzate: prodotti vaganti che hanno ripreso vita in questo progetto. Le tracce sono infatti composte da testi degli anni ’90 e alcuni di tempi più recenti, che sono stati poi rielaborati e “rimessi a nuovo”, anche grazie all’inedito accompagnamento musicale.

“Ho voluto musicare qualcosa che è già suono: un testo ha già le sue assonanze, rime e consonanze…è già musica.
Ho cercato di creare un contrappunto musicale generando musica attorno ad un testo.”

CAPITOLO 2: LA MUSICA

Come ho già accennato, una parte più che fondamentale di questo disco è la musica. Gazzè ha infatti deciso di suonare tutto il disco con accordatura a 432 Hertz, modalità utilizzata principalmente per la musica olistica o di meditazione ma per niente frequente nella musica pop moderna, per cui viene utilizzata la frequenza 440Hz. Altra piccola curiosità raccontata proprio da Gazzè durante la presentazione del disco: nel 1884 il governo italiano fissò il La di riferimento a 432 Hz, su forte spinta del compositore Giuseppe Verdi

“Ho scelto questa frequenza non solo perchè le risonanze che vengono proposte sono più naturali, più organiche, ma riportano un archetipo più diretto e le frequenze si mischiano in maniera più morbida e armonica.”

Grazie all’utilizzo di testi quasi “pronti”, la maggior parte del lavoro è ricaduta proprio sulla cura degli strumenti e del suono, producendo così un disco con una parte strumentale imponente e prolungata e registrata in analogico. Una caratteristica non proprio facile per un ordinario ascoltatore che ascolta la musica in cuffia, infatti, questo album rende di più in vinile o live, ma questo non è per forza una pecca, anzi. Inoltre, Gazzè ha voluto sottolineare di essere quasi “affezionato” alle piccole imperfezioni dovute alle registrazioni in analogico, perchè:

“Ora si tende a correggere tutti gli errori, ma io ho voluto lasciarli di proposito.”

Avendo avuto l’occasione di ascoltare l’intero album con le sue descrizioni, mi permetterò di lasciarvi un track by track sintetico ma esaustivo, che comprende alcune sue interessanti citazioni, così da innsescare in voi la giusta curiosità per ascoltarlo la prima volta, se non l’avete già fatto. Il disco è composto da 20 tracce, ognuna con la propria peculiarità, legata soprattutto alla base musicale e all’utilizzo di strumenti atipici e innovativi.

CAPITOLO 4: LE TRACCE

Il contadino magro
Questo titolo rappresenta esattamente quello di cui vi parlavo all’inizio: una storia. Anzi, forse più che una storia assomiglia ad una favola, una di quelle che si raccontano ai bambini per insegnare una morale sulla vita. Questo “contadino magro” è infatti una figura che accetta la fatica e la misura del tempo, accogliendo con serenità e un pizzico di fragilità gli anni che passano. La musica che accompagna la storia proviene dagli archi dell’orchestra di Bari e da un moog che suona un arpeggio diminuito.

“Questo brano rappresenta la perdita delle illusioni e la trasformazione.”

L’EREMITA – PARTE II
Questo pezzo rappresenta la “parte II” di un brano presente nel suo primo album del 1996, che aveva lo stesso titolo. Come precedentemente citato, l’autore ha voluto riprendere la narrazione del suo passato che, in questo caso, rappresenta una riflessione sull’innocenza e sull’isolamento. Il tutto accompagnato a fiati potentissimi che però non coprono le parole perfettamente scandite dal cantante.

“Non è fuga dal mondo ma una sospensione, aspettare prima di agire.”

INTERMEZZO BIANCO
“Ballad” soft accompagnata dalla pianista classica sudcoreana Sun Hee You. Prima canzone che sinceramente fa scendere una lacrimuccia, preparate i fazzoletti. Parla della quotidianità quando diventa abitudine, non per forza in senso negativo, ma come rivelazione silenziosa delle piccole cose.

“Il brano è un momento di sospensione emotiva, spazio fragile tra due scelte e identità.”

FACCE DA VECCHI
La parte musicale del brano è caratterizzata da un flauto armeno chiamato duduk insieme ad una chitarra acustica ed elettrica con il microfono puntato direttamente sulle corde. Come suggerisce il titolo, l’argomento centrale del pezzo è l’attraversamento delle fasi della vita, in cui ogni stagione assume un volto differente ma, nonostante tutto, conserva intatta la propria essenza.

“Il tempo non è solo decadimento ma sedimentazione.”

AMO
Da brava pischella appartenente alla gen Z, la prima cosa che mi è venuta in mente leggendo il titolo è l’espressione giovanile, cosiddetto “slang”, per chiamare il proprio partner o i propri amici o amiche. Passando alle cose serie, si tratta di un brano in 3/4 che dà un grande spazio all’orchestra e che ricorda un terzinato degli anni ’70 e, infatti, è registrato sul nastro analogico. Il testo ci fornisce un elenco di cose o persone che si possono amare, un elenco di amore e acettazione: la perfetta rappresentazione del fatto che per essere felici basta imparare ad amare le piccole cose.

“Amare tutto, anche ciò che non si comprende”

DA PICCOLO
Un brano suonato tutto con strumenti sinth che hanno fatto storia della musica degli anni ’80. Il testo riporta l’artista alla sua memoria affettiva infantile, segnata da distanza e incompiutezza,

“L’infanzia è dove si formano le prime ferite e le prime chiavi.”

SORRISO LARGO
“Sorriso largo” è suonata su un solo riff di chitarra dal grandissimo chitarrista Adriano Viterbini, con suoni grossi e rimbombati e parole che raccontano di un legame invisibile tra diverse generazioni.

“L’amore incondizionato come specchio e continuità.”

CHERUBINI SCALZI
Primo brano profondamente spirituale del disco, che si discosta un po’ dalla vita terrena raccontata negli altri pezzi. Cherubini scalzi, racconta Gazzè, è nata dalla visione di un senzatetto vestito con una lunga giacca che si allontanava. L’autore si è immaginato che sotto quegli indumenti ci fossero delle ali e che, quella persona, avesse deciso di vivere l’esperienza divina attraverso questa peculiare e “sfortunata” condizione terrena. È così che Gazzè ci propone una nuova visione della vita: “Siamo esseri spirituali che in questo mondo, in questa terra, fanno esperienza umana.”

“Una visione umana ma spirituale insieme, un brano sulla sete e sull’assenza.”

LA LEGGE DELL’ETICA
Trasportato da una sequenza particolare tra maggiore e minori, il testo parla dell’etica, non come mera opinione ma come attenzione tra i comportamenti e le parole.

“Il brano più esplicitamente civile del disco”

ATTRITI
Un brano ancora più profondo ed emotivo, che potrebbe fungere da colonna sonora per un film in bianco e nero. Con l’accompagnamento di flicorno e trombone, il testo esprime la necessità di prendersi i propri spazi per comprendere a pieno il proprio stato emotivo.

“Un esercizio di sottrazione emotiva con noi stessi”

LA FORMA
Abbandoniamo il lato profondo e spirituale per concentraci sulla parte concreta, sulla ricerca del corpo e della sua percezione. Lato musicale è stato utilizzato un Korg VC-10 vocoder vintage, risalente agli anni 70.

“La forma è ciò che resta quando il rumore si placa.”

IL MATRIMONIO DI TUA FIGLIA
Un’altra riflessione sul tempo che passa in fretta, non te ne accogi ed è già quel momento, quello del matrimonio di tua figlia. Espressione usata come rappresentazione dell’inesorabile trascorrere del tempo e della necessità di accettazione e distacco.

“Lasciar andare è una forma di un dolore necessario.”

ALI
Il brano che vede nei limiti delle possibilità. Un pezzo leggero ed emozionante accompagnato dal pianoforte e da splendidi archi e che conclude con la struggente frase “Non riusciranno a fare di un tocco il calore di un abbraccio”. Ok, portatemi un fazzoletto grazie.

“Non basta volere per essere”

IO, GIUDA
L’utilizzo di una figura biblica così controversa aumenta l’intensità del pezzo, grazie anche alla chitarra elettrica, la batteria e il basso che suonano veloci e decisi.

Un profondo monologo interiore che esplora il tema del rimorso, senza giudizio.

RUMORE
Gazzè racconta la sua infanzia, di quando era bambino e abitava a Roma e suo padre lo accompagnava spesso nella chiesa di quartiere, in quanto grande fedele e appassionato di religione. Il testo descrive i rumori della città, in particolare quelli che circondano la chiesa, che esistono e sono persistenti anche quando le persone all’interno provano a concentrarsi sul silenzio e sulla preghiera. L’artista si mette a nudo e chiede perdono alla chiesa del quartiere per non avere la capacità di riuscire a pregare ignorando del tutto il rumore. Alla fine del pezzo c’è anche un’uscita curiosa, quella della pianista Sun Hee You che dice in coreano: “Ma che accordi sono questi??”. Questa cosa mi ha fatto molto ridere, lo devo ammettere.

“Il brano parla del contrasto tra la spiritualità e il suono moderno.”

SUL FILO – PARTE II
Come per “L’eremita”, anche questa canzone è la continuazione di un pezzo che si trova nel suo album del ’96. Qui il ritornello spinge di più, prende un po’ il volo rispetto agli altri brani, il che è paradossale sapendo che il testo parla di incertezza e di rimanere in bilico…eppure per certi versi ha più stabilità degli altri brani. Duduk e sintofono sono i protagonisti della base musicale, il primo è il già menzionato flauto armeno, il secondo, a quanto pare (se l’ho scritto giusto) è uno strumento inventato dallo stesso Max Gazzè – che ricordiamo essere anche un produttore – realizzato con un quartetto d’archi suonato dalle voci del sintetizzatore.

“Il brano si muove sulla tensione dell’instabilità.”

FATTO ACCADUTO IN ESTATE
L’identità che scivola via con il tempo, come sabbia portata via dal vento. Anche qui estremamente presente il tema del tempo come in molti altri brani di questo album, una grossa presa di consapevolezza da parte del nostro caro Gazzè.

“È un brano sulla transitorietà.”

DIO
Altro brano che riporta una figura legata alla spiritualità, questa volta come una serie di immagini interiori che attraversano rimorso, desiderio e speranza.

“Dio è tarlo minuscolo, pensiero corto.”

TERRA MADRE
Secondo il mio modesto parere, qui abbiamo decisamente il testo migliore di tutto l’album, perchè a noi le questioni politiche e sociali raccontate in questo modo piacciono parecchio. Nessuna parola è lasciata al caso e infatti esorta: “ma io combatto, non resto zitto”, frase potentissima, sempre accompagnata da musica impeccabile.

“Il brano più esplicitamente politico dell’album, è una chiamata alla responsabilità collettiva.”

L’OSCURITÀ
Ultimo pezzo del disco, è un brano fatto esclusivamente con sintetizzatori e con l’aiuto di Roberto Procaccini. Arrangiamento particolare e una struttura armonica originale accompagnano un testo che parla della fase dell’attraversamento, non delle risposte finali, del viaggio, non della meta.

“Non negoziazione della luce, ma passaggio necessario.”

CAPITOLO 5: IL TOUR
Il nostro grande Max ha scelto una soluzione “atipica” anche per quanto riguarda il tour. Per far risuonare al meglio il disco e gli strumenti così come sono stati originariamente pensati, infatti, i live si svolgeranno tutti all’interno di teatri, e non in stadi o palazzetti. Sono previste tre date consecutive per ogni città scelta e, inoltre, anche il live, così come il disco, sarà suonato tutto a 432 hertz. Trovate qui tutte le date del tour.

CONCLUSIONE
Non posso fare altro che consigliarvi questo album se volete farvi trasportare da un suono vero e curato e da parole dettate che risaltano grazie alla melodia costruita perfettamente attorno ad esse, come ad avvolgerle. È tutto così lento, armonioso e poetico che difficilmente si sente di questi tempi, dove tutto tende ad essere veloce e “catchy”, così da essere postato sui social per diventare un audio virale. Forse questa è l’unica “pecca” in termini di ascolto per il grande pubblico, questo album non è per tutti: è per veri amanti della musica, quella pura, quasi “vintage” e curata in ogni dettaglio e per chi non si lascia intimidire dalla lunghezza di venti brani di fila principalmente focalizzati sul suono. Pura poesia.

D’altronde anche lo stesso Max ha ammesso di aver “scoperto la fregatura del tempo”, ed è proprio attorno a questo concetto che ha costruito l’intero album: un percorso che parte dal passato e arriva al presente, attraversato da una maturità e una consapevolezza ancora più profonde e raccontato come se fosse una piacevole storia.

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