Un weekend alle porte, nessun programma particolare in vista e una giornata di lavoro passata in smart da casa; non il preludio del venerdì più interessante di sempre, eppure scegliere di prendere le cuffie e uscire e fare due passi in una Torino ancora illuminata dal sole caldo delle 18:00, mi ha portato piacevolmente a scoprire lui: “Agonia”, il nuovo album di Chiello, pubblicato lo scorso 20 marzo per Island Records / Universal Music Italia.

Non è un caso che Chiello abbia scelto per la copertina del disco una fotografia di Todd Hido, tratta dalla raccolta House Hunting: scenari notturni in cui la presenza umana è appena accennata, sospesi tra un conforto che manca di calore e una solitudine inquieta. Ed è proprio in questo spazio emotivo che il disco trova una propria dimensione, trasformando il dolore in uno spazio familiare, in qualcosa che si impara ad abitare senza che smetta di fare male.

Così, se “Ti penso sempre“, brano presentato alla kermesse sanremese, sembra non aver convinto molti, la prospettiva cambia riascoltandolo nel pieno flusso dell’album, e soprattutto in versione studio. “Agonia” segna infatti forse uno dei capitoli più incisivi pubblicati finora dall’artista: influenzato dall’alternative rock anni ’90, dalla new wave e in parte dal grunge, Chiello discerne il tormento attraverso una produzione introspettiva e personale, da atmosfera cupa ma mai troppo. Il tutto senza che il tributo strumentale alle band di quegli anni annienti mai la sua visione, ma ampliandola sotto una luce nuova.

Troviamo “Lupo”, uno dei brani più potenti e identitari dell’album, attraverso un’estetica che nel mercato odierno rappresenta un canone diverso e nuovo e che riprende pienamente l’impronta dei Bluvertigo, per poi passare a “Gli spettri e le paure”, brano intimo e delicato che non stonerebbe accanto a “The day the world went away” dei Nine Inch Nails.

Altro salto sonoro con “Polynesian village”, che ci trascina nel flow dello storico blues americano, per poi scoprire l’anima dei The Cure e degli anni ‘90 che percorre l’album quasi nella sua interezza, ma spicca soprattutto in “Vulcano” e “Desaturarsi”, due tra i brani più incisivi e marcatamente “rock” dell’album.

Quando mi guardo allo specchio
come faccio a non trovare niente? (da Desaturarsi)

E forse, dietro a tutto ciò, non può che avere influito anche la location che ha visto “Agonia” nascere: l’album, infatti, è stato registrato al Pachyderm Recording Studios di Cannon Falls (Minnesota), noto per la lunga storia di collaborazione con il produttore Steve Albini (“In Utero” dei Nirvana vi ricorda qualcosa?), il tutto sotto la supervisione e co-autorato di Tommaso Ottomano, fedelissimo chitarrista e produttore di Lucio Corsi.

Insomma, il disco si realizza in leitmotiv graffiante di urla soffocate, di chitarre che fanno rumore in senso buono e riescono a trasportare con delicatezza l’ascoltatore in una malinconia in cui non dispiace cullarsi.

Si potrebbe dire che pecchi di una hit, come poteva esserlo “Quanto ti vorrei” in OCEANO PARADISO (2021), ma dopotutto non se ne sente troppo la mancanza. La dimensione artistica così immersiva e personale in cui Chiello sceglie di mettersi alla prova in “Agonia”, fa si che l’album risulti maturo e ben riuscito, facendo emergere l’identità dell’artista senza compromessi.

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