Ne è passato di tempo da quella presenza (senza invito) a casa di Alfonso, per festeggiare un compleanno tra trenini e bon ton. Da quel lontano 2013, abbiamo visto la carriera di Levante crescere sempre di più, fino a conquistarsi, con dolcezza e talento, un posto tra le grandi cantautrici dell’ultimo decennio.

Ci tengo a sottolineare proprio la parola cantautrice. Perché oggi, nell’era dell’intelligenza artificiale e delle tavole rotonde (quadrate e rettangolari), in cui gli autori sembrano talvolta sfornare brani con la stessa logica del copia e incolla, lei ha continuato a distinguersi.
O, quantomeno, a raccontarci come ci si sente dopo una storia finita, una paura mai superata o un lutto difficile da accettare. Ha continuato a raccontare la vita vissuta, quella che non sempre ha un lieto fine e che spesso non sappiamo nemmeno come spiegare. E, nel frattempo, tanti di noi si sono riconosciuti nelle sue storie, trovando nelle sue parole un posto in cui sentirsi meno soli.

Va riconosciuto a Claudia un modo di raccontare l’amore, questo sentimento così pieno di contraddizioni, diverso dal solito: profondamente personale eppure incredibilmente riconoscibile. Lo ha fatto nel corso di tutta la sua carriera, a partire da Manuale Distruzione, fino ad arrivare a quest’ultimo capitolo, con la pubblicazione di Dell’amore il fallimento e altri passi di danza, uscito il 9 ottobre per Warner Music.

La cosa che colpisce di questo nuovo lavoro è proprio la scelta dell’artista siciliana di raccontare l’amore da una prospettiva diversa. Non più soltanto attraverso la rabbia e il rancore per ciò che è iniziato e poi finito, né come il rimpianto per un’occasione persa, ma con la consapevolezza che ogni esperienza, anche quella che ci lascia a pezzi, può insegnarci qualcosa. Perché a volte una storia finisce, noi restiamo lì a raccogliere i cocci e soltanto dopo ci accorgiamo che, tra quei frammenti, c’è anche qualcosa che abbiamo imparato. Non è esattamente il finale che avevamo immaginato, ma può essere quello di cui avevamo bisogno.

Ce ne ha parlato durante la presentazione del disco nella sede milanese di Warner, raccontandoci quanto le parole amore e fallimento siano centrali in questo lavoro e quanto sia importante contestualizzare quest’ultima, restituendole una valenza positiva e trasformandola in un’opportunità.

«Se il fallimento arriva, è solo l’ultima parte di qualcosa di più grande, prima c’è stato il tentativo, il provarci, il perseverare. Chi non sbaglia non impara, ed è importante dare risalto anche all’errore, nulla di tutto ciò dovrebbe essere visto in maniera negativa», ha raccontato l’artista

Un fallimento in amore, al lavoro o in qualsiasi altro ambito non è necessariamente una sconfitta. Significa anche aver tentato, essersi messi in gioco, aver dato tutto quello che si poteva per far funzionare qualcosa. E già questo, in fondo, è un traguardo. Non c’è molto da recriminarsi: siamo ancora qui, cresciuti, magari un po’ ammaccati, ma in carreggiata. Con qualche cicatrice in più e, si spera, qualche errore in meno da ripetere. Anche se, conoscendoci, non ci scommetterei troppo.

Per la stesura di questo album, Levante ha intrapreso una ricerca approfondita, interrogando psicologi, scienziati, sciamani e altre figure nel tentativo di trovare una definizione dell’amore. La risposta, però, è tutt’altro che scontata: non esiste un significato univoco di questa parola. Ed è proprio questo il bello. Ognuno le attribuisce il valore che sente più vicino a sé, senza che una definizione possa necessariamente valere per tutti.

Dell’amore il fallimento e altri passi di danza diventa così uno spaccato sonoro della coscienza dell’artista, un viaggio dentro le sue esperienze per provare a comprendere cosa significhi amare, perdere la testa, arrabbiarsi, vagare nei propri sogni e, infine, ritrovarsi. Perché non è un fallimento aver amato intensamente, nemmeno quando le cose non sono andate come speravamo. Il passato non si può riscrivere, ma si può imparare a guardarlo senza continuare a chiedergli conto di tutto ciò che non è stato. E forse è proprio da qui che comincia la possibilità di comprendere meglio gli altri e, soprattutto, noi stessi.

La stessa Levante ha sottolineato come questo non sia un disco di guarigione, ma di consapevolezza. Un percorso che le ha permesso di fare i conti anche con il rapporto con il padre, scomparso troppo presto, e di arrivare al perdono. Una riconciliazione interiore che attraversa l’intero album e restituisce un nuovo significato alle ferite del passato. Perché certe assenze non smettono necessariamente di fare male, ma possiamo imparare a conviverci senza lasciare che siano loro a decidere chi siamo.

«Ah, se potessi vederti coi miei occhi
lacrimeresti tutto il mio stupore
Ah, se potessi vestire la mia pelle
vibrare del mio suono
sapresti perché non ho mai trovato il modo per spiegare che cos’è l’amore
per me
se l’amore sei tu»

Potremmo rappresentare questi sedici brani attraverso due colori: il blu, quello preferito di Levante, che spicca nel vestito indossato sulla copertina del disco, e l’arancione, un colore ambivalente che può curare e salvare, ma anche mettere in guardia. È il segnale d’allarme che forse sarebbe stato utile riconoscere prima, quel semaforo che ci invita a fermarci, riflettere, ricaricarci e, quando siamo pronti, ripartire con maggiore consapevolezza.

Durante la presentazione, l’artista ci ha raccontato come questi due colori siano complementari: il blu la rappresenta nelle storie che ha vissuto e raccontato, mentre l’arancione è ciò di cui avrebbe avuto bisogno in quelle stesse situazioni. Da una parte, dunque, ciò che siamo stati; dall’altra, ciò che avremmo voluto sapere prima. Perché crescere significa anche questo: imparare a riconoscere i segnali che un tempo non vedevamo, senza prendercela troppo con la persona che eravamo quando ancora non sapevamo leggerli.

Come anticipato, questo disco indaga l’amore senza pretendere di trovare una risposta definitiva, esplorandone le molteplici sfumature. Succede in Luna di sangue, dove Levante sceglie di raccontare una storia senza persone in carne e ossa, affidandosi al Sole e alla Luna: due amanti destinati a non incontrarsi mai. Un amore che non si compie, che non arriva a sbocciare e che, proprio per questo, sembra destinato a durare per sempre. Perché forse anche ciò che non accade può lasciare un segno, e non tutto ciò che finisce ha bisogno di essere vissuto fino in fondo per essere reale.

Cosa c’è di più romantico? O di più crudele, se siete tra quelli che ancora aspettano un messaggio?

In Monellerie, invece, l’amore eterno prende forma attraverso le parole della figlia di Levante, che con una frase spontanea e disarmante riesce a sintetizzarne il significato:

«Io dentro di te non voglio creare un caos di monellerie, ma quando ti vedo, tutto riprocede da capo»

Una dichiarazione d’amore che non ha bisogno di manuali, psicologi o sciamani. A volte basta lo sguardo di una bambina per ricordarci che certi sentimenti non seguono una logica precisa e che, nonostante tutto, possono continuare a sorprenderci. Lasciamo perdere le definizioni universali: certe cose, forse, si capiscono soltanto vivendole.

Arriviamo così all’ultima parte del titolo: gli altri passi di danza. Perché, in fondo, la vita è una danza, anche quando non abbiamo idea di quali siano i passi giusti. In questo disco convivono brani più lenti, come quelli appena citati, sui quali immaginarsi a ballare abbracciati, e pezzi più energici come Sono blu e Maimai, in cui l’amore si fa più sofferto e viscerale, ma resta un sentimento da attraversare, un passo dopo l’altro. Non sempre si balla a tempo, non sempre si conosce la coreografia e, qualche volta, si finisce inevitabilmente per pestare i piedi a qualcuno. L’importante è trovare il modo di continuare a muoversi, anche quando la musica cambia.

La danza diventa anche un’esperienza da condividere con il pubblico. In occasione della data romana, infatti, Levante ha dato ai fan la possibilità di scattare una foto insieme a lei, ricreando l’immaginario della copertina: l’artista vestita di blu e i fan in arancione. Un modo per portare fuori dal disco il dialogo tra i due colori e trasformarlo in un piccolo rituale collettivo. Probabilmente tutto ciò verrà ripetuto anche durante una delle tre date milanesi, il 17 novembre, il 22 novembre ed il 4 dicembre in Santeria Toscana.

E forse è proprio qui che Dell’amore il fallimento e altri passi di danza trova il suo significato più bello. Non nel tentativo di spiegare una volta per tutte cosa sia l’amore, né nella pretesa di uscire da ogni esperienza senza ferite, ma nella possibilità di accettare che la vita non ci risparmi sempre le cadute. Possiamo perdere qualcuno, sbagliare strada, restare aggrappati a una storia più del necessario. Possiamo persino ritrovarci a ballare da soli, mentre tutti gli altri sembrano aver già imparato la coreografia.

Ma non è detto che abbiamo sbagliato musica. Forse dobbiamo soltanto imparare un passo nuovo.

Perché il fallimento non cancella ciò che siamo stati, così come una ferita non rende meno autentico l’amore che l’ha preceduta. E se crescere significa anche smettere di vergognarsi delle proprie cicatrici, allora questo disco ci ricorda che non dobbiamo necessariamente guarire da tutto per ricominciare a vivere. A volte basta fare pace con quello che è stato, accettare di non avere tutte le risposte e concedersi di rimanere sottocassa.

Anche quando, guardandoci allo specchio, ci sentiamo un po’ consumati dal tempo, dalle persone e dalle nostre stesse aspettative. Anche quando ci sembra di essere diventati soltanto il residuo di qualcosa che non è andato come speravamo.

«E forse un giorno mi perdonerai se
tu risvegliandoti dal sogno ti rendessi conto che non sono niente di che
niente di che
e forse un giorno mi perdonerai se
tu ritrovandomi nel fondo dei pensieri mi vedessi come ruggine
solo ruggine»

Eppure, persino la ruggine racconta che qualcosa, un tempo, è esistito. E che essere stati trasformati da ciò che abbiamo vissuto non significa essere stati sconfitti.

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