Con Uomo Di Pietra, il nuovo singolo pubblicato il 18 giugno, The Castaway sceglie di affrontare uno dei temi più discussi e complessi del presente: la mascolinità e il rapporto degli uomini con la propria sfera emotiva. Attraverso un linguaggio che unisce alternative rock, immagini poetiche e una forte componente autobiografica, il progetto di Luca Frugoni riflette sul peso delle aspettative sociali, sulla difficoltà di mostrarsi vulnerabili e sulla necessità di costruire nuovi modelli di identità maschile. Ne abbiamo parlato con lui partendo dal brano, per arrivare a temi come psicoterapia, salute mentale, educazione sentimentale e ricerca della bellezza.

Uomo Di Pietra nasce come una critica alla mascolinità tossica, ma nel brano sembra esserci anche molta compassione verso chi è stato educato a reprimere le proprie emozioni. Da dove nasce questo sguardo?
L’uomo è un essere umano e partiamo dal presupposto che per quel che mi riguarda l’essere umano deve essere tutelato e rieducato là dove necessario. Non sono per guerre e condanne gratuite, ma per avere uno sguardo più pacifico, lucido e analitico. Un uomo che non ha strumenti per esprimere la propria sensibilità deve imparare che c’è un’alternativa.
È un tema caldo che anche in psicologia si sta trattando con grande attenzione. Più che compassione verso l’uomo stesso, credo che nel brano ci sia un lato compassionevole verso quella parte che non ha ricevuto un certo tipo di affetto o di educazione al sentimento verso sé stesso.
Non creo alcuna confusione con la figura dell’uomo violento, che appartiene a un altro livello del discorso. Resto ancorato al maschio a cui è stato inculcato che non si può soffrire pubblicamente, a colui che non può darsi il permesso di stare male. Quello che non riesce a parlare con un amico in modo lineare ma sempre con un pizzico di vergogna. Che si adatta alle situazioni facendo finta di essere una roccia mentre dentro si sta sgretolando.
Ecco, questa è una condizione super diffusa e credo che sia proprio il primo punto da cui partire. Se vogliamo che la realtà emotiva maschile cambi, dobbiamo normalizzare queste fragilità. E come tutte le cose che riguardano la salute mentale servono tatto e cura.
Più che compassione, forse, la parola giusta è empatia.
Nel ritornello canti: Mi sono dato il permesso di piangere, mi sono dato il permesso di stare male. Hai un ricordo preciso del momento in cui hai sentito di doverti concedere quel permesso anche nella vita reale?
Lo sento spesso tutt’ora, in realtà. Nonostante abbia passato anni a decostruire parti della mia persona e ad analizzarmi profondamente, vivo comunque in una realtà di provincia dove esiste ancora quella che chiamo “la legge della giungla”. Sembra assurdo nel 2026, ma è così.
Ho passato anni a camminare a testa bassa per strada o teso come una molla. Oggi non sento più la paura di piangere o di mostrarmi nella mia sofferenza. Cerco di fare un lavoro costante su me stesso grazie agli strumenti che ho appreso in psicoterapia e questo mi permette anche di capire chi può accogliere una sofferenza e chi no.
Già nello scegliere chi avere accanto c’è un grande lavoro. Poi è chiaro che la società non cambia in pochi anni. Ci sono cardini educativi che ci portiamo dietro da decenni e che richiedono tempo per essere messi in discussione.
La figura dell’Uomo Di Pietra è molto evocativa: rappresenta un ideale maschile imposto dalla società o è qualcosa che hai riconosciuto anche dentro di te?
L’ho riconosciuto in me come in molte persone a me vicine. Mi baso sempre prima di tutto su sentimenti che ho provato personalmente, perché penso che una canzone abbia bisogno di una sua verità.
Negli anni mi sono accorto che tante persone mi trattavano proprio come una pietra: uno che ce la fa sempre, un punto di riferimento, qualcuno che tanto cade sempre in piedi. A un certo punto mi sono chiesto se il problema non fosse anche mio, perché non mostravo le mie fragilità.
Quando ho iniziato a far capire che dentro non ero di pietra ma di sabbia, ho visto chi aveva l’empatia per restare accanto a una persona che si mostra e chi invece scappava davanti al dolore. Chi dice di cercare leggerezza nella vita spesso, in realtà, cerca superficialità.
Credo comunque che, anche se non si parla più apertamente di “maschio alfa”, quella cultura tossica continui a esistere sotto altre forme.
Nel brano il mare e l’erosione diventano metafore centrali. Cosa ti affascina di questa immagine della pietra che lentamente si consuma fino a rivelare qualcosa di più autentico?
Il tempo. La pietra cambia con il tempo, si lascia levigare dalle onde fino a sgretolarsi. È una metafora del trattenersi interiormente, del mostrarsi forti mentre dentro qualcosa si consuma.
Il tempo fa emergere tutto, nel bene e nel male. L’animo si ammorbidisce o si corrode a seconda delle circostanze che attraversa. Con gli anni questo essere monolitici lascia intravedere sfumature sempre più nette, fino a mostrare ciò che siamo davvero.
Mi piaceva molto l’idea di arrivare fino allo sgretolamento, diventare tanti piccoli sassolini in attesa che qualcuno giochi ancora con loro, magari facendo rimbalzare una pietra sull’acqua, prima di tornare serenamente sul fondo del mare e accettare ciò che si è stati e ciò che si è.
Musicalmente Uomo Di Pietra ha un impatto rock molto deciso, ma il testo è estremamente vulnerabile. Ti interessava creare proprio questo contrasto tra forza sonora e fragilità emotiva?
Assolutamente sì. Il contrasto nell’arte mi diverte moltissimo.
Ho preso un background che arriva dal metal e dal metalcore, la musica che scrivevo da ragazzino, e l’ho messo al servizio del cantautorato. È stato uno degli esperimenti più naturali e meglio riusciti che abbia mai fatto, almeno alle mie orecchie.
Sono contento che esista questo contrasto perché credo che in una veste più folk il brano avrebbe rischiato di risultare più prevedibile. Mi interessava trovare una tensione continua tra ciò che si ascolta e ciò che si racconta.
Hai scelto di esordire alla regia del videoclip e di raccontare il protagonista attraverso una maschera da scimmia. Come è nata questa idea e cosa rappresenta per te quel personaggio?
Il video è volutamente grottesco e ironico.
Nell’immaginario collettivo esiste questa associazione tra il “maschio alfa” e lo “scimmione”. Sono partito proprio da quello stereotipo e ho costruito una serie di situazioni che rappresentassero quel tipo di mascolinità.
È stato soprattutto un modo per divertirmi, per mettermi alla prova in panni che non sono i miei e per coinvolgere persone che non fanno gli attori in un contesto basato sull’improvvisazione.
Non esisteva un copione vero e proprio, ma solo una struttura aperta. Volevo che Daniele Spuntoni, il protagonista del video, si immedesimasse davvero nel personaggio. È stata una delle esperienze più divertenti che abbia mai fatto.
Dopo Eccomi e adesso Uomo Di Pietra, sembra che il tuo nuovo percorso artistico stia mettendo sempre più al centro l’identità e l’accettazione di sé. C’è un filo rosso che collega questi brani?
Sì, hai colto nel segno.
l disco che conterrà questi brani è un concept album interamente dedicato alla salute mentale e ai temi che la attraversano. L’accettazione di sé, la decostruzione personale, il sentirsi fuori posto in una società malata, la depressione, il buio interiore.
Sono tutti temi che provo ad affrontare accompagnando l’ascoltatore sempre più in profondità. Eccomi e Uomo Di Pietra rappresentano l’inizio di questo percorso.
Oggi si parla molto di nuove mascolinità, ma spesso il dibattito rimane teorico. Se potessi lasciare un messaggio al ragazzo che ascolterà Uomo Di Pietra e si riconoscerà nel brano, quale sarebbe?
Di non nascondersi mai.
Può sembrare banale ripeterlo, ma non lo è. Le generazioni cambiano e la società ha una memoria molto corta. Non bisogna nascondere ciò che si è.
Siamo fatti di errori, risate, crolli, risalite, solitudine e bisogno degli altri. Siamo esseri complessi. Nel rispetto del prossimo dobbiamo essere capaci di essere trasparenti, anche se è la cosa più difficile, perché siamo cresciuti dentro una cultura del giudizio.
E poi c’è una cosa che mi sento sempre di dire: cerca la bellezza, sempre. Non lasciarti rubare la bellezza di un tramonto, di un film, di un libro, di una canzone ascoltata in cuffia guardando il cielo.
La bellezza, e quindi anche l’arte, può salvare almeno una parte della nostra anima. Ma quella bellezza non va tenuta nascosta: va condivisa. E se non riusciamo a stare bene con noi stessi, dobbiamo chiedere aiuto. La psicoterapia è spesso una delle parti fondamentali del percorso verso la guarigione e verso la capacità di accogliere di nuovo la bellezza.

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