Attrice, musicista e ora anche regista: Margherita Laterza, in arte SYRENE, continua a espandere il proprio percorso artistico. Dopo essersi affermata nel cinema, nel teatro e in televisione, l’artista sperimenta con un progetto che unisce in modo organico musica e immagini, memoria personale e immaginario collettivo.

“Caprilegio” rappresenta il punto d’incontro di questa dualità creativa: è il titolo del suo nuovo EP uscito venerdì 5 giugno, ma anche dell’omonimo documentario diretto insieme a Rosa Maietta, premiato con il riconoscimento per la Migliore Regia al Bif&st 2026. Un’opera che affonda le radici nella storia, nei miti e nelle suggestioni di Capri, trasformando l’isola in un luogo simbolico dove passato e presente, realtà e leggenda si intrecciano.

All’interno dell’EP compaiono le sue origini partenopee (in particolare capresi) e i suoi viaggi sonori nell’elettronica e nei beat contemporanei. L’album custodisce una duplice natura, come le sirene, figure liminali e mai del tutto afferrabili, capaci di attrarre e disorientare. Capri è dunque legata al mito perchè pare che proprio qui Ulisse sia stato incantato.

La musica di SYRENE apre un varco ipnotico e avvolgente, un cantico antico che si rifrange nel futuro, dove umano, natura, mito e tradizione si confondono.

Ciao Margherita e benvenuta! Come nasce SYRENE e cosa ti ha spinto a trasformare la tua ricerca artistica in un progetto musicale?
Syrene è nata durante la pandemia, nel buio della mia stanza, col mondo fuori che perdeva di senso. Credo che l’arte in generale sia una ricerca di senso e mai come in quel momento ne avevamo credo tutti bisogno. In quei mesi ho trovato la concentrazione per dare forma a qualcosa che volevo fare da anni: pescare nelle sonorità più antiche della tradizione napoletana e reinventarle attraverso il mio voice looper. «CHESTAMUSICA m’ha salvato ‘o cor» dico in un mio pezzo e, in effetti, è stato così. 

Da dove nasce “PICCERÈ” e qual è stata la prima immagine o sensazione che ti ha guidata?
In quei mesi stavo girando la serie «un professore» di Alessandro D’Alatri, dove il mio personaggio viveva una storia d’amore impossibile…quella è stata una forse la prima scintilla. Questa prima sensazione si è poi trasformata nell’immaginare la storia d’amore tra un essere umano e una sirena, intesa come rapporto tormentato tra l’uomo e la natura, tra l’uomo e tutto ciò che non può controllare, come il femminile e tutte quelle forme di sessualità che sfuggono al controllo del potere. 

Come si è sviluppato il dialogo creativo tra l’EP “Caprilegio” e l’omonimo documentario, prodotto con Rosa Maietta?
Dieci anni fa, con la morte di mia nonna, ho cominciato le ricerche per il documentario. Negli anni il mio immaginario si è arricchito sempre di più determinando una sorta di dialogo intimo tra me e l’isola, come se fosse una persona di cui mi ero innamorata e di cui stavo scoprendo sempre più cose. In pandemia ho «cantato» le mie sensazioni, intrecciandole con questo immaginario, come accade in particolare in Caprilegio, Piccerè, perla nascosta, Napolide…tutti pezzi contenuti nell’Ep che raccolgono appunto questo immaginario. Poi, montando il film, le musiche, che a quel punto erano pronte, sono entrate addirittura nel montaggio e dunque si è chiuso il cerchio, perché la musica ha influenzato le immagini. 

Il documentario è attraversato da figure femminili di generazioni diverse. Dev’essere stato emozionante scriverlo e vederlo nascere, c’è qualcosa che hai scoperto su te stessa guardandoti attraverso queste storie?
Ci sono delle cose, sia di mia nonna che della mia bisnonna adottiva, in cui mi sono riconosciuta, come tratti che mi hanno sempre fatto sentire un po’ una «outsider»: la libertà, sessuale e intellettuale, di Margarete; la dolcezza di mia nonna, anche a costo di risultare ingenua. Forse, ora che mi ci fai pensare, indagarle fuori di me mi ha permesso di accettarle meglio dentro di me. 

Nel documentario restituisci un’isola spirituale e fragile, qual è la Capri che senti più tua? 
La Capri che sento più mia è quella delle grotte e dei precipizi, delle passeggiate faticose e delle case piene di misteri. Capri è un teatro colmo di storie che vibrano sotto la roccia bianca, ma non si può ascoltarle rimanendo in piazzetta, bisogna allontanarsi dal centro, dal lusso, dal conformismo. Una volta lontani si può sentire forte e chiara la magia che ha portato a Capri persone da tutto il mondo, in particolare persone con storie drammatiche alle spalle, come la donna da cui prendo il nome, che qui hanno trovato una bellezza non rassicurante, non piatta, ma al contrario uno scenario che poteva anche risuonare col loro dolore. 

Le sirene come simbolo di sensualità ambigua e libertà: secondo te cosa rappresentano oggi?
Le sirene hanno sempre simboleggiato la paura del femminile, e con ciò di tutto ciò che sfugge al potere, in particolare maschile. Oggi ci riappropriamo di questa immagine (ma non di quella rassicurante della sirenetta coi seni grandi e il sorriso smagliante, bensì delle sirene che sono state anche uccelli o «voci» come in Omero) per fare nostro – delle donne, ma anche di tutti gli altri generi non «conformi» al binomio eterosessuale – il potere. 

lo scorso 22 maggio hai portato “Caprilegio” in sala al cinema. Che tipo di immersione emotiva hai percepito nel pubblico e cosa ti porterai dentro da questa esperienza?
Il 22 maggio, mentre la proiezione andava avanti, io ero nel mio camerino a prepararmi per il concerto che sarebbe seguito. Da lì ho sentito le risate, l’attenzione e poi gli applausi. Sono entrata in scena piena di quell’energia. 

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