“Dicono che tutte le cose belle finiscono” è il nuovo album di Alex Wyse. Un progetto irrequieto e autentico, dove immagini dal respiro cinematografico e sonorità ispirate agli anni ’60, ’70 e ’80 si intrecciano fino a creare qualcosa di inaspettato. Quel “Dicono” che apre il titolo è un modo per prendere le distanze da una verità che tutti ripetono, ma che lui non vuole accettare così com’è. Il disco diventa allora un tentativo di esorcizzare la fine: non solo quella delle relazioni, ma anche delle versioni di sé che cambiano forma, che smettono di esistere fuori ma continuano a vivere dentro.
I brani malinconici vengono tirati al massimo fino a sembrare leggeri, costruendo un racconto emotivo in cui convivono ribellione, vulnerabilità e desiderio di libertà. Al centro del disco c’è l’amore contemporaneo: veloce, fragile, spesso superficiale, vissuto dentro una realtà iperconnessa che rende tutto più immediato ma anche più instabile. Le tracce attraversano addii, relazioni incompiute e amori irrisolti, mentre i ricordi riaffiorano nei piccoli gesti del presente. Il disco si muove in equilibrio tra ricerca sonora, sensibilità contemporanea e atmosfere senza tempo. È un disco che cresce mentre lo ascolti, proprio come Alex racconta di essere cresciuto scrivendolo: più diretto, più trasparente, più capace di trasformare le immagini in canzoni.
“Anche quando una persona non c’è più, continua a vivere nei luoghi, nei ricordi, negli oggetti, in certe sensazioni”

Ciao Alex! Partiamo dal titolo del disco: Dicono che tutte le cose belle poi finiscono. È più una constatazione, una paura o un modo per esorcizzare qualcosa?
Più un modo per esorcizzarlo. Già il fatto di iniziare con “Dicono” cambia il senso della frase: è qualcosa che sentiamo ripetere continuamente, ma non per questo deve essere una verità assoluta. Nel disco racconto tante sfaccettature diverse del concetto di fine: a volte qualcosa finisce davvero, altre volte cambia forma, oppure smette di esistere per qualcuno ma continua a vivere dentro di noi in altri modi.
Nel disco c’è un’energia intensa e irrequieta. Hai parlato di un romanticismo “sfocato” verso epoche mai vissute: quali immagini ti hanno guidato?
Sono immagini molto legate agli anni ’60, ’70 e ’80, anche perché la ricerca sonora del disco parte proprio da lì. È un periodo storico che mi affascina tantissimo e da cui finisco sempre per prendere qualcosa. Mi sarebbe piaciuto vivere quegli anni: mi colpiscono la libertà che si respirava, il modo di affrontare certi temi, il vestiario, le sonorità, il rock’n’roll, la musica suonata davvero. C’era un immaginario molto colorato, soprattutto artisticamente, e volevo riportarne un pezzo dentro questo 2026, che a volte mi sembra più spento.
Quando parli d’amore ti senti più vicino alla libertà o alla ribellione?
Vorrei dire libertà, ma spesso c’è anche molta ribellione. Forse entrambe le cose convivono. Alla fine anche la ribellione, se fatta nel modo giusto, è una forma di libertà. Mi sento in quel limbo lì, dove la musica si ribella proprio per riuscire a essere libera.
In Tenco e Dalida richiami due figure iconiche. Cosa ti affascina della loro storia?
Mi interessava soprattutto quell’immaginario lì: raccontare l’Italia quasi come fosse un film, con le atmosfere e le vibrazioni degli anni ’60.
Ascoltando il disco sembra quasi di vedere delle scene davanti agli occhi. Scrivi mettendo in scena ciò che immagini o è qualcosa che ti viene naturale?
Negli anni ho iniziato sempre di più a scrivere per immagini, perché sono quelle che mi restano addosso come ricordi. All’inizio la mia scrittura era molto più interna, girava intorno alle cose senza arrivare mai davvero al punto. Crescendo, anche grazie alle persone che mi circondano e al rapporto con il pubblico nei live, ho capito quanto le persone possano immedesimarsi nelle canzoni. Questo mi ha aiutato a essere più diretto, trasparente e libero nel raccontarmi.
Questo disco ti ha fatto crescere anche artisticamente?
Sì, sicuramente. Mi ha aiutato a mettere altri tasselli nella ricerca di un suono e di un immaginario sempre più preciso, ma soprattutto nel lasciarmi andare. Ho sempre vissuto la musica come una valvola di sfogo che collega la mia vita privata alla parte artistica. Anche nella malinconia provo sempre a cercare leggerezza. Molti testi sono malinconici, ma tirati quasi “a forza” verso qualcosa di più leggero.
In Notte stupida emerge il bisogno di sentirsi vivi anche attraverso ciò che fa male. È una sensazione che riconosci ancora?
Sì, soprattutto in quei momenti in cui si spegne tutto e rimani solo con i tuoi pensieri, magari di notte. Ti capita di tornare indietro nel tempo, di farti male ripensando a cose successe o a cose che potrebbero succedere. Sono quei momenti in cui realizzi quanto sei piccolo rispetto al mondo, all’universo. Pensieri che arrivano sempre nei momenti peggiori… e credo succederà ancora tante volte.
Il disco si chiude con Arrivederci più. Dentro c’è molta accettazione. Qual è la cosa più difficile da accettare in un addio?
Forse il fatto che un addio non sia mai davvero definitivo. Anche quando una persona non c’è più, continua a vivere nei luoghi, nei ricordi, negli oggetti, in certe sensazioni. Però andare via senza andarsene davvero è impossibile. E quindi “arrivederci più” diventa quasi un modo per dire: ci porteremo dietro qualcosa, anche quando tutto sarà finito.
C’è qualcosa che oggi scegli consapevolmente di non raccontare più, né nella musica né nella vita?
No, non credo. Vado molto a flusso. Anzi, le canzoni che finiscono in un disco sono solo una piccola parte di tutto quello che scrivo. In realtà nella musica finisco per dire qualsiasi cosa.
Che rapporto hai con i tuoi fan? E ci sarà un tour per presentare il disco?
Cerco sempre di mettere tutti sullo stesso piano. Mi piace che le persone sentano di poter essere semplicemente sé stesse, come tra amici che si capiscono. Ognuno ha la propria vita, i propri sogni, le proprie esperienze, e credo che tutti abbiano una storia da raccontare. Per questo mi piace pensare che siamo una specie di famiglia fatta di persone che si ascoltano, si emozionano e condividono qualcosa attraverso la musica.
Sono molto grato a chi mi ascolta, perché per me è ancora surreale sapere che qualcuno scelga di entrare davvero nelle mie canzoni e capirle. Sono sempre stato molto sulle mie, quindi vedere tutte queste persone arrivare senza che io le abbia mai “cercate” è una cosa bellissima. Per quanto riguarda il tour, non lo so proprio, ci sarà una promo!

Rispondi