(EI fu) 1 maggio, profumo di grigliate e Super Santos che volano da una parte all’altra nella maggior parte di parchi in Italia: lo scenario perfetto per ricongiungerci con i Nu Genea e dare inizio, anche quest’anno, alla stagione preferita di noi persone bar mediterraneo.

People of the moon”, rilasciato da NG Records durante la scorsa Festa dei Lavoratori, è il nuovo album del duo partenopeo formato da Massimo Di Lena e Lucio Aquilina, a 4 anni dall’uscita di “Bar Mediterraneo” e quasi un anno dal singolo “Sciallà” (giugno 2025), presente nella tracklist.

Trasporre in parole quel che lascia addosso un album dei Nu Genea è sempre difficile; l’immaginario sonoro che sono stati (anche questa volta) in grado di creare riesce nella difficile impresa di far staccare mentalmente l’ascoltatore, trasportandolo in uno scenario fatto di danza e libertà, e in cui i confini espressivi e sonori si fondono lasciandoci qualcosa di unico, che per 36 minuti riesce a far dimenticare la frenesia e le pressioni dell’odierna quotidianità.

Sperimentazione e funk, disco anni ’70 e tributi, indiretti o più evidenti, anche ai maestri del genere italiano (come Tullio De Piscopo, Enzo Carella, Pino D’Angiò). La forza del duo, ormai da diversi anni a questa parte, sta anche in questo: riuscire a portare in Italia qualcosa di “vecchio” ma che suona come nuovo, contemporaneo e così straordinariamente vicino, non puramente italiano, come potrebbe apprezzare qualcuno, ma semplicemente “unico”. E forse, è ciò di cui abbiamo più bisogno in un mercato ormai così saturo, sempre degli stessi cliché, delle stesse sonorità, degli stessi volti.

Il titolo parla in parte già da sé: c’è una dimensione introspettiva maggiore, con i brani che ripercorrono aspettative ed ansie, bisogno di evasione e riconoscimento di una forza interiore ad ognuno di noi, che aspetta solo di essere liberata.

Il linguaggio, come si può immaginare, è fortemente internazionale: vediamo intrecciarsi italiano, napoletano, inglese e spagnolo, come avviene in “Celavì”, influenzata dai ritmi afrocubani e che vede il featuring di Maria José Llergo (presente anche in “Acelera”), ma anche arabo, come ascoltiamo in “Shway Shway” con Celinatique, brano che in un certo senso invita a rallentare e ritrovarsi, come suggerisce anche il titolo che tradotto significa “Piano piano” o “Lentamente”.

Le collaborazioni, nonché il mosaico sonoro designato dagli artisti, non finisce qui: in “Oneon” troviamo Tom Misch, che riesce perfettamente a legare il suo stile brit all’ormai riconoscibile groove dei Nu Genea (e viceversa), con una linea di basso alla Pino D’Angiò, ritmo funky e un ritornello che resta in testa in pochissimo; un po’ come fu “Danza Marilù” due estati fa, singolo de L’Imperatrice con la partecipazione di Fabiana Martone, presente anche lei nell’album con il brano “Puleza”, il più vicino per stile a quello che fu l’EP “Nuova Napoli” (2018). E infine chiudiamo con “Ondas do mar”, la quota portoghese – più specificatamente brasiliana – dell’album, con la partecipazione del loro stesso percussionista Gabriel Prado, all’esordio assoluto come vocalist.

Personalmente, ho trovato difficile scegliere un brano preferito in questa produzione. Ogni pezzo riesce a trasmettere qualcosa di unico e al contempo riconoscibile, apre le porte a nuovi generi e ritmi che non è così scontato conoscere o apprezzare, il tutto mantenendo viva l’anima “Nu Genea” in grado di coinvolgere i più appassionati fin dai tempi dei Nu Guinea.

Un viaggio tra culture e mondi, tradizioni e resilienza. Consigliato anche ai più scettici.

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