Il “Sabato del Vinile” di oggi è dedicato all’album d’esordio di uno dei cantautori emergenti più interessanti del panorama musicale indipendente italiano. Un artista che è in giro da diversi anni ma che, solo quest’anno, ha avuto l’opportunità di pubblicare un vero e proprio LP che racconta di un’urgenza, un’urgenza rimasta intatta con il passare degli anni e che è riuscita a trovare la sua vera forma solo ora.
L’album in questione è “Sotto il Segno dei Pesti”, il primo album in studio di Edgar Allan Pop, pubblicato lo scorso 10 aprile per Spazio Dischi.

Edgar Allan Pop, nome d’arte di Enrico Garratoni, è un cantautore pop nato in Emilia-Romagna e capace di creare un proprio stile unico e riconoscibile, che svaria dal cantautorato al punk. Questa miscela dà vita ad un non convenzionale e camaleontico pop, sfacciatamente orecchiabile e dal tono post-ironico. La linea rossa che guida la produzione di Edgar Allan Pop è l’urgenza di raccontare i sentimenti più semplici, l’essere capaci di godersi le piccole cose della quotidianità sia che si abiti nelle grandi metropoli, sia che si abiti nella profonda provincia, poiché la quotidianità, le piccole situazioni che la contraddistinguono sono capaci di fermare il tempo e farci mettere in discussione.
Dopo aver vinto il Premio Nebbiolo di Torino nel 2022, essere arrivato terzo al Rock Contest di Controradio a Firenze 2023, e secondo posto all’interno della rassegna 2023 di Ciao – rassegna Lucio Dalla, nonché aver aperto al Vidia Club di Cesena il live di Tom Meighan, storico cantante dei Kasabian, Enrico ha deciso che era giunto il momento di pubblicare il suo vero e proprio album d’esordio. Prima di fare questo, però, ha fatto una scelta coraggiosa e dall’alto valore artistico, nonché morale, ossia di togliere tutta la sua musica da Spotify, in aperto contrasto con il rapporto con gli investimenti, in ambito militare, del proprietario della nota piattaforma di streaming. Essendo un artista emergente, con ancora nessun album all’attivo, la scelta di rimuovere la sua musica da Spotify, ad alcuni potrebbe essere sembrata controproducente ma, in realtà, lo scegliere di abbandonare questa vetrina per contraddizioni etiche e morali, mostra quanto il cantautore dia valore alla sua musica, dia valore al suo ruolo di artista, individuo che non deve aver paura di schierarsi o denunciare le contraddizioni di questo mondo e di questa società.
Tornando a “Sotto il Segno dei Pesti”, semi-citazione al generazionale album di Antonello Venditti del 1978, il primo disco in studio di Edgar Allan Pop è stato interamente prodotto da Fabio Grande, già al lavoro con artisti come I quartieri, Galeffi, Lil Kvneki e Colombre, figura che ha aiutato Enrico a creare un album, dal punto di vista delle sonorità e dei testi, molto personale, ma in cui si sente l’influenza del cantautorato italiano del secolo scorso, come Lucio Battisti e Ivan Graziani, unito sia al background di ascolti internazionali del cantautore romagnolo, come Arcade Fire e Foals, sia al panorama indie italiano del triennio 2016-2019, come Lo Stato Sociale e I Camillas, vissuto in prima persona da Enrico durante i suoi anni universitari a Roma. Infatti, i brani che compongono questo lavoro risalgono quasi tutti agli anni romani del cantautore, anni in cui ci fu un “momento di grande svolta per la scena nel Mainstream italiano con artisti come Calcutta e I Cani, quando quello che vedevo in scena erano riti pop partecipati e collettivi, dove era facile riconoscere in noi stessi nostalgie anche mai vissute, la rivoluzione è stata appunto quella di arrivare a parlare di queste cose in un modo nuovo, che mi ha travolto”.
Anticipato da tre singoli, “Buonanotte”, “Lost In Translation” & “Un’Umanità”, corredati da tre videoclip di ottima fattura, “Sotto il Segno dei Pesti” è un album ambientato per i vicoli di Roma, in cui il cantautore cerca di combattere le paure umane e adolescenziali, la delusione nata da storie finite male o amicizie interrotte, i disagi comunicativi di una società interconnessa, ma che fa fatica a comunicare e la depressione e la sensazione di solitudine che pervade la nostra generazione, una generazione che si sente tradita e disillusa, ma che riesce a trovare la speranza e il coraggio di andare avanti per costruirsi un futuro migliore.
Lato A
Il disco si apre con “Francesco”, canzone dalle venature indie-rock britanniche della metà del duemila. Il cantato, per certi versi parlato, di Edgar è un invito a rialzarsi dopo una brutta caduta, come può essere la fine di una storia d’amore, e di smettere di fasciarsi la testa e restare fermi, poiché vivere nel rimpianto non serve a niente. Infatti, il rimorso dovuto ad una delusione o ad una litigata fa sì male, ma deve essere il punto di partenza da cui partire per rialzarsi e rimettersi sul binario per trovare il proprio posto.
La seconda traccia del lato è “I Manifesti di San Lorenzo”, brano sfacciatamente pop e molto orecchiabile soprattutto il ritornello, capace di creare dipendenza. Questo brano è un viaggio nei ricordi degli anni romani del cantautore, anni universitari in cui spesso si sentiva spesso solo, rimaneva abbagliato dalle bellezze della città e come unico compagno di viaggio aveva i sogni, il futuro. Questo viaggio, però, è narrato con il senno di poi, è raccontato da un cantautore ormai lontano dalla capitale, contento della scelta che ha fatto e che rimpiange solo i manifesti di San Lorenzo, i sanpietrini e, forse, di non aver detto le giuste parole ad una ragazza, un amore fatto coi piedi, ma che continua a far venire voglia di ballare ad Edgar e di voler inciampare contento, tra un sanpietrino e l’altro, verso un giorno nuovo con lei.
La puntina passa a “Lost In Translation”, il brano più synth-pop dell’intero disco caratterizzato da un ritmo cavalcante ed incalzante. Questa canzone, caratterizzata da un testo malinconico e disilluso, è un vero e proprio inno per tutte quelle persone emotive, che non riescono a stare indifferenti di fronte a ciò che succede nel mondo e nella quotidianità, che quando stanno male si allontano senza far rumore o voler pesare sugli altri e che cercano la solitudine per affrontare la propria sofferenza e capire, trovare un modo per andare avanti e diventare la parte migliore di loro.
Il disco prosegue con “Morandi”, pezzo che racconta di un amore finito e di quel periodo in cui non si fa altro che pensare a quella pensare e a tutto ciò che ha portato alla fine della storia, a quei comportamenti ed atteggiamenti che hanno messo la parola fine alla relazione. In questa canzone si vede e sente tutta la penna ironica e surreale di Edgar, come dimostrano i versi “tu cadi ed io ti prendo ed io ti prendo con le mie mani grandi, grandi come Morandi”.
Questo lato si chiude con “Occhiali da Sole”, brano in cui si sente l’influenza di gruppi come Lo Stato Sociale nella produzione dell’artista romagnolo. Questa traccia utilizza la metafora degli occhiali da sole, accessorio dietro cui ci si può nascondere, si può nascondere il proprio sguardo, i propri occhi, la parte più intima e personale del nostro corpo, capace di raccontare come stiamo, cosa stiamo diventando e il periodo che attraversiamo. Un consiglio, ascoltate “Occhiali da Sole” chiudendo gli occhi e pensando perché, a volte, vi nascondete dietro a degli occhiali da sole.
Lato B
La facciata si apre con “Pignatta”, la canzone più triste e autobiografica dell’intero “Sotto il Segno dei Pesti”. Sostenuta da una malinconica tastiera, con una voce tagliente e rotta dalla verità Edgar canta di come “sei solo tu la parte che resta alla fine di te”, di come, qualsiasi cosa accada o qualsiasi esperienza si faccia, alla fine si resta sempre con se stessi, si è sempre da soli a raccogliere i primi cocci dopo ogni caduta, ogni fallimento e a cercare gli appunti che si erano presi per il proprio futuro, quando la strada sembra aver preso un’altra direzione.
“Roma fa la fila” è la dichiarazione d’amore e d’odio di Edgar verso la città eterna, città in cui ha vissuto durante gli anni universitari e che, nonostante la felicità trovata altrove, alla fine è sempre un punto di ritorno. Una città fatta di contraddizioni, bellezze, capace di svuotarti ma che è sempre pronta ad accoglierti, quando non sai dove andare.
Il disco prosegue con “Un’umanità”, pezzo dall’aria pop e trascinante, ma dall’atmosfera sognante e delicata. Questa canzone è dedicata a due persone che hanno fatto parte della vita del cantautore, due persone dagli animi diverse, incontrati in periodi diversi ma che hanno lasciato un’impronta nella vita dell’artista e rappresentano, dal suo punto di vista, l’umanità, le sfaccettature che l’umanità può avere.
Questo lato, così come “Sotto il Segno dei Pesti”, si chiude con “Buonanotte”, canzone che ha segnato il ritorno sulla scena di Edgar Allan Pop e che mi ha fatto innamorare di questo album. Per chiudere questo lavoro, un lavoro in cui il cantautore si è messo a nudo e ha voluto mettere nero su bianco un’urgenza che sentiva dentro fin dai suoi anni romani, Edgar Allan Pop ha deciso di inserire la sua canzone più intima. Infatti, questa è una traccia che canta il tema del lutto, soffermandosi non sull’assenza, ma sulle abitudini che tengono in vita i ricordi e aiutano ad andare avanti, a lasciare andare e, soprattutto, a fare pace con il dolore che questa assenza genera e con cui, solo con il passare del tempo, si riesce a convivere.
“Sotto il Segno dei Pesti” è uscito lo scorso 10 aprile per Spazio Dischi. Oltreché in formato digitale, escluso Spotify, questo lavoro, distribuito da Altafonte, è disponibile anche in new disc, ossia un nuovo formato di CD collegato all’ascolto in digitale e rigorosamente al passo coi tempi, e in formato vinilico, acquistabile sul profilo bandcamp dell’artista. L’edizione a 33 giri, curata da Dario Federiconi e Matteo Collina, è stata stampata da Gigi Press, piccola realtà romagnola, ed è caratterizzata da un vinile color oro e un inserto con su un lato i crediti di tutti coloro che hanno lavorato al disco, ossia il cantautore romagnolo, Fabio Grande, Filippo Passamonti, Lorenzo Placuzzi, Enrico Bellani, Matteo Cavallini, Emilio Barbieri e Stefano Mancini, e sull’altro i testi delle nove canzoni che compongono questo esordio sulla lunga distanza, coerente e capace di mettere in lue la bravura, testuale e musicale, di Edgar Allan Pop.

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