L’ho sbandierato qua e là, tra recensioni, report e quant’altro, quindi credo non sia un mistero che Giorgio Canali sia la cosa più simile ad essere il mio cantautore preferito.
Quando ho avuto modo di intercettare l’intenzione di Matteo Berruto, videomaker romano classe ’95, di realizzare un documentario su questa figura, ho immaginato immediatamente la possibilità di scambiarci due parole qui su IndieVision. Nel mentre, anche grazie ad un crowdfunding, il lungometraggio ha preso forma ed è nato: “Con la pioggia dentro” è un ritratto di una delle figure di spicco dell’alt-rock italiano, una delle più affascinanti, che ha profondamente segnato la scena musicale dagli esordi negli anni Novanta fino ad oggi. Tra ricordi nostalgici del passato e il desiderio di vivere intensamente il presente, sempre scandito dalla sua musica.
Nel mezzo un trasloco, un pellegrinaggio, tante note, qualche litigio, incontri e momenti più o meno intimi. A colpirmi, ma non meravigliarmi, l’energia dinamica del cantautore classe ’58 in tutte le sue azioni, rimarcata sia da Vasco Brondi (Le Luci della Centrale Elettrica), che dal batterista Luca Martelli.
Ciao Matteo, ti do il benvenuto su IndieVision! Dimmi un po’, come va? Mi sa che sta arrivando il periodo caldo.
Assolutamente, stiamo organizzando le proiezioni. Il periodo peggiore è passato però, spero, perché quello delle consegne è stato il peggiore in assoluto: le consegne del DCP, tutti questi file e chiaramente l’ansia di condensare quattro anni in decisioni definitive. Poi c’è la tecnologia di mezzo, quindi con tempi lunghissimi di export dei file video. Ecco, il cinema ha ‘sta cosa che va controllato tutto un sacco di volte.
Hai parlato di quattro anni, quindi mi allaccio subito a una domanda super numerica che volevo farti. È da quattro anni che lavori a questa cosa? Quanti giorni hai fatto, indicativamente, fisicamente con lui?
A novembre 2021 Giorgio ha accettato di fare questa cosa. Quindi anche più di quattro anni. Riguardo ai giorni non ti saprei dire, perché chiaramente erano cose a intermittenza, nel senso che chiaramente un po’ quando le date erano favorevoli magari a spostamenti miei, un po’ quando percepivo che c’era la possibilità di filmare qualcosa di interessante, tipo il trasloco, o le prove di Rossofuoco a Bassano prima del tour. Chiaramente io mi accodavo alle situazioni, ma non saprei dirti quanto sono stato. Comunque penso di aver seguito almeno una ventina di concerti qua e là, nel tempo. A volte abbiamo passato anche cinque giorni insieme di fila. Non saprei dirti quanto, però secondo me, ecco, penso che possano essere stati due o tre mesi netti.
Mi ricordo benissimo il mio primo incontro musicale con Giorgio. Mi è stata passata “Nuvole senza Messico”, e ho detto “Wow!”. Per te com’è stato?
Probabilmente “Nuvole senza Messico” anche per me. No, però aspetta. Quando ero piccolo mio padre ascoltava i CSI dallo stereo di casa. Immagina per un bambino sentire al volume dello stereo di un salone una canzone come “E ti vengo a cercare” (cover di Battiato, ndr): questo testo che diceva cose che non potevo assolutamente capire, come “meccaniche divine” o “saturo di parassiti”, questa voce profondissima e i feedback di chitarra assurdi. Questo è il primo vero e proprio contatto musicale, come solista l’ho scoperto più tardi, tanto che poi il primo suo live che ho visto è stato solo nel 2020.
E ci hai parlato?
No, non ci ho parlato. Era il giorno prima delle seconde chiusure del lockdown, quello delle zone rosse per intenderci e hanno anticipato alle sette questo concerto al Monk, con tutti seduti, lui suonava da solo. Mi ricordo fuori un silenzio spettrale, sembrava fosse proprio la fine del mondo. Ho visto questa figura di un pirata che cantava sull’albero maestro di una nave che affonda. Un’immagine incredibile: il mondo che stava finendo e l’ultima cosa potenzialmente poteva essere il concerto di Giorgio Canali. Lì ho pensato: che immagine, che personaggio. Man mano ho pensato che potesse funzionare come figura cinematografica. Mi sono sempre detto che se avessi dovuto fare un film di finzione su un musicista e tra le fotografie di 100 attori mi capitasse proprio quella di Giorgio Canali, sceglierei lui.
Quindi sei alla prima esperienza di docufilm su artisti?
Di documentario, sì. Ho fatto videoclip per altri musicisti e live session. Mi piace molto lavorare con la musica, devo dire. È il primo documentario, sì, in assoluto. Ho fatto cortometraggi di finzione e non sulla musica. In questo caso il documentario era anche l’unico modo per realizzare un primo film.

Siete stati a Villa Pirondini. Com’è stato il “pellegrinaggio”? Uso questa parola perché insomma per noi è qualcosa del genere.
Quello è anche una scena un po’ a sé del documentario. L’ho lasciata così, confusionaria, come se fosse una sorta di backstage. È la scena che forse spiega come sia impossibile fare un certo tipo di documentario su Giorgio e alla fine mi è anche piaciuto come è venuto fuori quel momento. Perché è molto autentico, è anche molto originale. Si vede questa diffidenza, questa fretta di andarsene. Però, sì, ho avvertito il contatto con una certa storia, e pensi, “qui è stato realizzato un disco incredibile, con dentro canzoni anche più famose di loro stessi (CCCP ndr), tipo Annarella o Amandoti… Poi sicuramente si mitizza un po’ questa cosa. Però è come se lì ci fossero ancora un po’ le sensazioni, anche quelle negative, di un luogo in cui si è creato ma si è anche vissuto. È diverso da uno studio di registrazione.
Perché siamo tutti iconoclasti, però poi, quando le icone sono le nostre, ci girano le palle.
Ho avuto un po’ quella sensazione anche nello stare di fianco a Giorgio, anche se lui smonta tutto questo. Mi è capitato di pensare di stare accanto a uno che scrive certe cose, che ha collaborato con certi musicisti, che ha fatto parte di certe band, anche se lui ha un atteggiamento che è esattamente l’opposto. E infatti poi me ne dimentico a volte, ma quando ci penso fa un po’ di impressione.
Hai un altro episodio, anche tra quelli che ci sono effettivamente nel documentario, un momento che hai sentito molto?
Diciamo che mi è capitato spesso di riflettere su dove fossi in quel determinato momento, come durante le prove con Le Luci della Centrale Elettrica o quelle dei Rossofuoco, anzi perché sono anche momenti in cui vedi che si creano determinate cose. Vedi da vicino veramente il modo di fare musica e che altrimenti ascolti o vedi solo su un palco. Ma anche stare nei camerini. Mi rendo conto che sono cose che magari non capitano a tutti. Però è bello anche che siano capitate con naturalezza. Non c’è mai stata pesantezza. Un altro momento che ricordo è l’incontro tra Giorgio e Giovanni Lindo Ferretti, dopo il concerto dei CCCP a Perugia.
Domanda secca, secca, secchissima, senza neanche pensarci troppo: canzone preferita di Giorgio.
“Messaggi a nessuno” o “Controvento”. Forse in “Messaggi a nessuno” ci trovo più sentimenti in comune con me, però il testo di “Controvento” regala delle immagini pazzesche.
Quindi si parte con le proiezioni?
Le primissime proiezioni confermate saranno a Bologna il 14 e il 19 maggio (io e Giorgio presentiamo il 14) al cinema Galliera. Seguiranno Firenze il 18 maggio (cinema La Compagnia) e Roma 20 maggio (cinema Troisi), anche in questi due casi presenteremo io e Giorgio.

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