C’è una generazione che vive in bilico, troppo grande per sentirsi innocente e troppo piccola per sentirsi arrivata. Una generazione che cresce a strappi, tra aspettative che pesano, comfort che anestetizzano e un’ansia da prestazione che sembra non concedere tregua. Cerotti, il disco d’esordio di Lupo, nasce esattamente qui.
Classe 2001, sguardo lucido e una scrittura che non ha paura di essere frontale, Lupo racconta i vent’anni senza filtri né eroismi, trasformando fragilità, noia, autosabotaggio e desiderio di autenticità in un linguaggio personale che cambia forma a ogni brano. Un album che non promette guarigioni, ma piccoli rimedi emotivi: cerotti, appunto, da applicare dove fa male, o dove fa ancora un po’ paura.

Ciao Lupo e benvenuto su IndieVision. Partiamo dal titolo del tuo nuovo album: Cerotti è un’immagine semplice ma potente. Quando hai capito che sarebbe diventata la chiave di tutto il disco?
Tendenzialmente credo ci sia stato un momento, poco prima della chiusura dell’album, che stavo cercando non un nesso logico tra le varie canzoni (che, spesso e volentieri, può anche non esserci), quanto una parola che effettivamente potesse rappresentare al meglio tutto l’album e i brani che lo componevano. In quel momento mi è uscito “cerotti”: effettivamente è una parola che rappresenta quasi perfettamente il concetto che, probabilmente anche in maniera un po’ istintiva, volevo esprimere con l’album stesso. È come se si fosse creata in modo del tutto naturale, una linea che univa tutti i brani.
In Cerotti parti dal concetto di “cura imperfetta”: cosa significa per te accettare che alcune ferite non si chiudono del tutto?
Beh, sotto certi aspetti significa crescere. Nel senso che accettare “qualcosa” è segno di maturità perché, soprattutto nel caso di ferite o di debolezze personali, vuol dire accettare degli aspetti che ti caratterizzano. Ci si può lavorare ma secondo me, riconoscerle e accettarle, fa parte di un processo di crescita personale e aiuta molto soprattutto per il futuro, evitando di fare gli stessi errori. Oppure, banalmente, è un modo per riconoscere dei propri atteggiamenti e farli propri: è come sbatterci la testa per capire che si è fatti in un certo modo!
23 apre il disco con un senso di corsa, confronto, pressione. Ti capita ancora di sentirti “in ritardo”?
Si, mi capita spesso di “sentirmi in ritardo”. Probabilmente nell’ultimo periodo un po’ meno perché credo di aver riconosciuto anche un punto molto importante (si tratta di una sensazione comprensibile ma, allo stesso tempo, inutile e deleteria) ovvero che ognuno fa un proprio percorso e non bisogna necessariamente raggiungere degli obiettivi nello stesso momento in cui lo fanno gli altri. Non è che fare le cose più velocemente o raggiungere gli obiettivi prima di altri, ti porta a farli meglio.
Il brano Noia fotografa una quotidianità anestetizzata dal comfort. Quanto ti spaventa l’idea di restare fermo?
Tantissimo! Nel senso che il comfort sta pian piano sostituendo, nelle nostre routine, delle azioni quotidiane che probabilmente possono risultare scomode o anche noiose sotto certi aspetti, ma sono comunque azioni quasi terapeutiche oltre a essere, sotto certi aspetti, anche più divertenti. Lo stesso lavoro sta diventando sempre più noioso per come la vedo io e, di conseguenza, mi spaventa molto perché è un qualcosa che sicuramente influenza in generale la vita, soprattutto le cose che ci toccano più da vicino. Soprattutto penso che stia influenzando molto non solo il mondo lavorativo, ma anche quello della musica, quello dell’arte… Adesso è comodo ma presto sarà molto “scomodo”…
X100 mette in discussione l’idea che velocità = progresso. Qual è la cosa analogica che non vorresti perdere?
Domanda interessante! Mah… penso che si tratti di una cosa complicata perché, sotto certi aspetti, non c’è rimasto praticamente più nulla di analogico! Si può pensare ai libri, le macchinette fotografiche ma tutto quanto oramai ha la sua alternativa digitale. Quindi io ti direi i giochi, qualsiasi tipo di gioco. Io sono il primo al quale piace giocare con videogiochi e cose simili (oramai è sdoganato!) però, alcuni giochi e alcune cose credo che siano insostituibili. Più che dire che prima o poi ci verranno sottratti, probabilmente, sarà qualcosa di inconsueto e sarà difficile fare. Penso ad esempio potrebbe essere più difficile organizzare un calcetto tra amici, una partita di Monopoli… tutte queste cose credo che saranno molto più complicate… ci alleneremo da soli!!
Nel suono il disco ha tante reference molto diverse tra loro: qual è quella che ti ha sorpreso di più ritrovare nel risultato finale?
Probabilmente “Supersonico” è l’esempio plateale di canzone che non avrei mai pensato di trovare nell’album perché è uscita nata in modo spontaneo, in maniera che nessuno se l’aspettava e credo che sia proprio l’esempio più eclatante! Credo sia shoegaze come genere: era talmente nelle mie corde nel momento in cui ho scritto il testo e l’ho cantata e talmente tanto inaspettata, che mi ha sorpreso!
Il 24 aprile presenterai Cerotti per la prima volta dal vivo. Che tipo di esperienza vuoi creare per chi verrà all’Alcazar?
Un’esperienza indimenticabile che ti faccia pensare “WOW! Ci ha lavorato davvero tanto!” A me piace far divertire le persone quindi vorrei creare un’esperienza in cui le persone si divertono, pensino sia stato piacevole e vorrebbe riviverla (augurandomi si possa rifare ma in maniera diversa!). In generale, qualcosa che colpisca e faccia capire quanto ci abbiamo lavorato io e il mio fantastico team! Tendenzialmente questo. Mi piacerebbe che qualcuno entri a caso nel locale e pensi di essere fortunato ad essere capitato all’Alcazar casualmente: mi è capitato spesso e, per questo, spero di riuscire a fare anche io lo stesso effetto su qualcuno!

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