Disponibile da venerdì 10 aprile “SHY-FI” è il primo concept album del neonato collettivo artistico Le Medie, composto da Leo Pari, Franz Aprili, Alessandro Donadei, Emanuele Triglia, Gianluigi Fazio, Flavio Strabbioli e Jesse Germanò, insieme al regista Loris Lai e al motion graphic designer Mars Planetelo.

Una vera e propria space opera composta da 14 capitoli e ambientata negli anni ’90 di un secolo futuro. L’album immagina una realtà distopica e surreale, in cui un pianeta Terra devastato ospita individui sempre più isolati e alienati. Al centro del racconto c’è una giovane coppia che – tra abbandoni, astronavi, allucinazioni e viaggi intergalattici – si trova ad affrontare le proprie paure e la propria introversione, perdendosi in distanze siderali per poi tentare di ritrovarsi.
Il progetto si sviluppa come un viaggio sonoro e narrativo in cui musica e immaginazione si fondono, dando vita a un universo creativo condiviso. A contribuire alla costruzione di questo racconto partecipano numerosi artisti della scena italiana: Tiromancino, Whitemary, Malika Ayane, Galeffi, Clavdio, Legno, Anna Carol, Caffellatte, Lost Kids, Tenshi, Moogli, Close Listen, Liede e Yuks.
Con “SHY-FI”, Le Medie costruiscono un progetto corale che attraversa musica, racconto e immaginario visivo, dando forma a un universo narrativo in cui collaborazioni e contaminazioni diventano il cuore stesso dell’opera.
Ne abbiamo parlato con Leo Pari e Flavio Strabbioli, approfondendo i temi del disco e il concept che lo ha fatto nascere. Buona lettura!
Ciao Leo e Flavio e auguri per nascita del vostro primo album collettivo, “Shy-Fy”! Album che mi ha incuriosito soprattutto perché nasce in un momento in cui la musica sembra avere sempre più tendenze individualiste, con gruppi anche storici che si dividono in carriere soliste, salvo poi tornare insieme. Quindi la vostra scelta di unire le forze sembrerebbe quasi in controtendenza rispetto alla direzione del mercato. Voi come l’avete vissuta?
Guarda, in realtà in modo molto naturale. Il progetto è nato da una serie di session, di incontri. Io ho proposto un po’ questa idea inizialmente anche personalmente per allontanarmi un po’ dalla figura cantautorale, che per qualche motivo comunque a volte è anche un po’ vincolante. Invece avevo voglia di fare qualcosa di diverso, di particolare, un esperimento. E poi le idee sono venute anche facendo, pian piano abbiamo iniziato fare le prime session di questo disco, i primi incontri e poi con Gianluigi Fazio in seguito abbiamo prodotto qualche brano e poi è anche andato avanti molto parallelamente il lavoro, questa musica ha fatto il giro di parecchi hard disk, è anche un po’ il bello, lo spirito del progetto. Un progetto open source a noi piace definirlo. E quindi io ho iniziato a organizzare delle session con Flavio, abbiamo invitato anche vari producer, da Close Listen, anche di estrazioni paradossalmente opposte a quella che poteva essere la nostra tipologia musicale. Però quello che dicevo io sempre a tutti prima di iniziare era: “Guarda, vorrei fare qualcosa con testi cosmici”. C’era già questa mezza idea, questa cosa di due pianeti, di due persone che si separano e vanno a vivere addirittura su due pianeti e quindi poi si mancano tantissimo. E da questa suggestione poi è nato un po’ tutto e poi si è andato a costruire anche in fieri, mentre lo realizzavamo abbiamo iniziato a legare un po’ dei concetti fra una canzone e l’altra, ricalcavamo alcune idee. Alcune parole, anche la storia comunque è stata elaborata alla fine canzone per canzone. È stato un lavoro spontaneo, come la sua realizzazione.
In “Antares” cantate “le nostre solitudini insieme sono un po’ migliori”: in collettivi di così ampio respiro e così numerosi, come si salvaguarda la propria identità singola per una armonica di gruppo?
In realtà forse l’annientamento era anche un po’ ricercato in qualche modo. L’idea era quella di fare della musica, cercando di essere anche un po’ particolari nella scelta sia degli arrangiamenti sia delle armonie, delle strutture, delle canzoni. Quelle erano un po’ le prime regole del gioco. Però erano giusto quattro o cinque le regole, dopodiché siamo andati completamente a braccio. Il bello del progetto è che tutti stanno dentro al progetto per divertimento, nessuno ricerca affermazione individuale credo, almeno spero. Un contenitore comunque abbastanza libero in cui tutti hanno sperimentato e si sono divertiti, non c’era una velleità radiofonica o di scalata al successo. È un progetto in studio per fare musica. Poi le canzoni sono iniziate a diventare tante e quindi facendo un lavoro anche di collage fra le varie cose e fra questa storia che poi nel frattempo si è sviluppata parallelamente assieme al regista Loris Lai, l’abbiamo sceneggiata realmente tutta. Quindi questo è un vero e proprio concept album perché le 14 tracce alla fine sono in questo ordine e c’è un progetto da cui poi sono tratte tutte le immagini che formano la nostra estetica, che è una vera e propria storia.
Infatti si percepiva un filo conduttore narrativo e proprio su questo volevo chiedervi: da cosa avete tratto ispirazione e l’identità sia visiva che sonora del collettivo e del progetto, e in che misura risponde anche all’incertezza crescente dei tempi moderni?
Sin dal titolo “Shy-Fi”, che gioca fra la fantascienza e l’introversione, la timidezza, voleva proprio descrivere questo tipo di realtà che si sta sempre più verificando, per quanto mi riguarda, personalmente, ma anche osservando: c’è una chiusura, siamo sempre più isolati. Nel pezzo Antares se ne parla molto, però è una linea rossa che si propaga un po’ per tutto l’album, quella della difficoltà ad essere emotivi a volte, a raccontarsi, ad aprirsi, a mostrarsi soprattutto dei ragazzi ultimamente, almeno è questo quello che ci è parso di vedere e quello che abbiamo voluto raccontare. Forse quasi anche un po’ un monito, se vuoi, per un futuro non così lontano.
Invece, tornando al nome del collettivo, Le Medie, a cosa si riferisce? Da dove arriva?
Le Medie è un nome con cui me ne sono uscito io perché mi piaceva la polivalenza del termine. Sia le medie intese come statistiche, ma le medie anche come frequenze, le medie come le birre, ma soprattutto anche le medie come il periodo delle scuole. In qualche modo c’era un po’ questo spirito. Io dicevo: “Facciamo questo progetto che è Le Medie, vediamoci come quando il pomeriggio, in quegli anni delle medie, andavi a casa di qualche amichetto tuo, studiavi un po’ per finta, e poi passavi la giornata a giocare al Commodore”, o all’Amiga o alla Play, a seconda delle generazioni. Quindi Le Medie è cercare di riportare quel senso di presa bene, di tutto figo che c’era in quell’età, quindi spensieratezza e libertà perciò di fare musica.
Parlando dei temi toccati tra le tracce, trasversali tra solitudine, paura, smarrimento esistenziale, volevo chiedervi: nel vostro caso, quante volte la musica ha svolto un ruolo cruciale per salvarvi da determinati momenti?
Flavio: Varie volte, infinite volte. Sia da più giovane, che anche come modo di esprimermi, sia nel darmi uno strumento per esprimermi quando magari ancora non ce l’avevo. Poi magari crescendo uno matura, riesce anche a sviluppare, ad accettarsi, a capirsi, a mostrarsi per quello che è e quindi poi la musica magari diventa anche semplicemente una forma di piacere. Però capito, in quei momenti, quando uno è più giovane, ragazzo, può essere effettivamente uno strumento per entrare a contatto con una parte di sé che difficilmente uno riesce mai a tirare fuori. Quindi in quel senso sì.
Leo: Anche a me salva la vita ogni giorno. Considera che fare musica, lavorare o semplicemente accendere un macchinario, un synth o una drum machine e passare un pomeriggio insieme per me è di cruciale importanza. Diciamo che in qualche modo sono riuscito a farne un lavoro di qualcosa che mi sarebbe piaciuto e avrei dovuto fare necessariamente in ogni caso.
In ultimo, citavamo il fatto che fosse un album nato in studio, dalla sperimentazione, dalla collaborazione di tutti, ma che mi ha dato l’impressione di essere nato anche per essere suonato live. Ho l’impressione che i release party saranno più un’esperienza, che un concerto in modo tradizionale. Quanto sarà importante quindi la dimensione live per questo collettivo?
Mi spiace contraddirti, ma in realtà l’idea è un pochino l’opposto, ovvero stiamo organizzando questi listening party, nei quali non suoneremo noi, si ascolterà il vinile. E proprio perché vogliamo sottolineare il lavoro in studio, la scelta del dettaglio, del sound, del mix, del mastering che è stato fatto a tutto l’album, abbiamo deciso proprio di partire da questo tipo di esperienza, che sarà comunque immersiva perché sarà accompagnata dalle proiezioni di Mars Planetelo, che è la persona dietro tutto l’immaginario e l’anima che ci rappresenta. Sicuramente sono dei brani che si prestano anche a una versione live e ci stiamo pensando, per il futuro potrebbe essere anche un’opzione, ma per il momento, forse anche un po’ in controtendenza, perché poi tutti adesso vogliono suonare. C’è da dire che richiede anche un entourage abbastanza complesso per essere rappresentato in questo modo in maniera fedele volendo evitare di usare sequenze, preregistrati eccetera. E poi essendo anche un contenitore creativo, la finalità ultima era effettivamente il disco. I live magari arriveranno.

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