C’è un ricordo a cui voglio bene in cui sono a Parigi, seduta su un divanetto del Centre Pompidou, con le grandi tele del “Trittico blu” di Jean Mirò a circondarmi sulle tre pareti della sala – miracolosamente vuota, probabilmente per l’avvicinarsi della chiusura serale – ora inondata di un blu-azzurro intenso, inconfondibile. Sullo sfondo uniforme dei quadri, sottilissime linee e macchie nere che in mezzo al blu sembrano galleggiare, e che sull’imbrunire di quella giornata dicembrina quasi iniziano ad assumere le sembianze di note su un pentagramma, fissate sulla tela-partitura dalle slanciate chiavi musicali (a questo somigliano, i segni rossi allungati disegnati dall’artista) che le precedono, ciascuna con la propria altezza, durata e intensità. Ci passo interi minuti, nella sala azzurra, e li trascorro suonando mentalmente quella sinfonia cromatica che il surrealista spagnolo aveva dipinto su tela nel 1961, assorta e assorbita in una gradazione di blu che mai più dimenticherò.

È a quella serata parigina che, con un non troppo azzardato volo pindarico, il pensiero è andato non appena ho premuto play su “Mirò”, il singolo con cui Anna Castiglia ha inaugurato il nuovo corso che l’ha portata, il 25 settembre, alla pubblicazione del secondo album “La paura in tasca” (Numero Uno / Sony Music Italy). Non solo per l’esplicito riferimento al pittore novecentesco – citato nel titolo e nel testo, oltre che nella copertina del brano che tanto ricorda l’“Étoiles en des sexes d’escargot” (1925) –, ma per l’energia giocosa degli elementi (per Mirò le macchie di colore, per Anna la varietà dei suoni), la forza evocativa del linguaggio (quello visivo dei quadri, come quello letterario del racconto-canzone), la brillantezza straripante di uno sguardo originale e creativo.

“Tu che mi fai uscire dalla metrica
Dal contorno troppo spesso di un quadro di Miró
È passato poco tempo, lo so
È passato poco tempo, lo so
Tu che mi fai uscire dalla
Tu che sembri uscire da una favola, da un quadro di Miró
Hai cancellato dal mio spettro la parola ‘no‘.”

(da “Mirò”)

Tutti aspetti che, in effetti, già caratterizzavano il primo disco della catanese classe ‘98 che in breve tempo ha saputo convincere pubblico e critica, ottenendo premi e riconoscimenti e – forse, ciò che conta di più – radunando attorno a sé un nutrito seguito di ascoltatori attenti e partecipi, più che in altri casi uniti, oltre che dalla voglia di ascoltare della buona musica sotto ad un palco, da una sorta di sentire comune sulle cose del mondo. Tutt’altro che scontato, considerando che la cantautrice, fresca di Premio Tenco alla migliore opera prima (“Mi piace” aveva convinto anche noi, come raccontavamo qui), è un’indisciplinata trasgreditrice del triplice comandamento del buon musicista emergente: 1) essere coerente (nel suono, nel pensiero, nell’immagine); 2) postare, postare di continuo; 3) non cambiare M-A-I. Pena l’essere dimenticati, rimpiazzati, rinnegati da un pubblico stanco e indolente, che non ha certo tempo né voglia di stare a pensare ai colpi di testa di un qualche artista ostinato.

Ma le regole hanno confini persino più marcati di quelli disegnati da Mirò nei suoi grandi quadri colorati, e i confini spesso fanno più male che bene, nell’arte come nella vita. E Anna questo lo sa bene, lei che nel brano che apriva l’album d’esordio cantava che “la musica è un cono a tanti gusti” e lasciava intendere di volerne provare quanti più possibile, pur nel dissidio interiore tra la voglia di soddisfare gli altri e il bisogno profondo di piacere (soprattutto) a sé stessi; e che nel nuovo lavoro fa di questo tema uno degli assi portanti, rivelando con sconcertante onestà tanto la naturale incertezza di chi sta ancora imparando a nuotare dentro alle insidie del burrascoso mare musicale, quanto la coraggiosa fermezza di chi scientemente decide di percorrere la strada più difficile, pur di perseverare in un’idea di arte in cui potersi riconoscere.

Anche qui, come già in “Mi piace”, i versi che aprono l’album sono rivelatori, intrisi di un’ironica assertività che si profila nitida tra ritmiche afrobeat e le corde pizzicate degli archi, e che spesso tornerà nel procedere della tracklist: “Insisto perché esisto / e me ne infischio se non vuoi sentir le mie ragioni / Insisto perché esisto / e resisto alle maledizioni”. Non solo: ciò che accomuna questo ed altri episodi del disco è il rivolgersi di Anna ad un non meglio precisato “tu”, che assume le sembianze ora dell’ascoltatore, ora della parte più giudicante di sé stessa; ed è nel perenne confronto-scontro con questo “tu” che la cantautrice si muove dentro alle canzoni, impegnata a stare a galla tra paure e ansia di deludere, perché nel rapporto con l’altro risiedono calore e conforto, certo, ma anche l’innalzamento di aspettative spesso difficili da rispettare e il timore di non aderire perfettamente all’idea che la gente ha di noi. È ciò che si ritrova anche in “Ho finito i pezzi latin”, dove l’espediente scenico del metateatro viene modellato per dar vita ad una “meta-canzone” che, con la sua collocazione drammaturgicamente perfetta a metà disco, sfonda la quarta parete per farsi pubblico proclama:

“Non mi riconoscerai
E io ti deluderò
Coi miei cambi repentini
Che ti fanno stare scomodo
Ma ho bisogno di conoscermi
Di sbagliare strada e perdermi
E se mi vorrai seguire io ti aspetto
Ma se scegli di partire lo rispetto
Magari un giorno
Mi riconoscerai.“

(da “Ho finito i pezzi latin”)

Ma il “tu” a cui si rivolge Anna incarna anche lo sguardo paternalistico di chi, indossando le “lenti fumé” di una generazione passata, vorrebbe necessariamente imporre un certo modo di essere, di agire, di vestirsi, di occupare la casella “giusta”. E da cui si sente l’esigenza di spogliarsi, in un clima in cui per una donna che fa arte risulta sempre difficile (più che per i colleghi uomini, senza dubbio) dimostrarsi credibile e libera da una pressione e da un giudizio soprattutto estetici, spesso talmente preminenti da finire per fagocitare qualsiasi discorso inerente le sue qualità musicali (del resto siamo o non siamo il paese in cui, solo qualche settimana fa, i centimetri di una gonna venivano designati come indice di affidabilità e levatura morale?!). In “Scema”, l’incedere incalzante e secco della chitarra sembra riportare a polverose atmosfere da film western, creando la scenografia perfetta per un duello generazionale in cui Anna è spalleggiata dalle componenti di Canta fino a dieci, collettivo transfemminista di cui fa parte, che qui – come nelle occasioni live che avevano già ospitato il pezzo dal vivo – prestano le proprie voci nei cori: dall’altro lato dell’arena, la sempre attualissima consuetudine a giudicare e oggettificare il corpo femminile, la stessa che si vorrebbe distruggere e che eppure si riconosce profondamente sedimentata, persino strutturale, e per questo difficile da estirpare; “Ti voglio, ma non ti voglio più / Ti voglio, ma mi voglio di più“, canta Castiglia sulle note stridenti e dissonanti di una tromba che traducono sonoramente l’attrito della condizione che descrive.

“Mi hai detto cosa è giusto
Ma soprattutto cosa è sbagliato
Senza mai mai mai
Includere te
E io ti ho fatto Dio
Genio e guru
Mago
Vocabolario
Ti voglio bene
Ma voglio spogliarmi di te
Mostrare le mie forze
E la mia ingenuità.”

(da “Scema”)

E se la sorellanza delle amiche cantautrici – alla faccia degli affezionati allo stereotipo logoro e avariato della rivalità femminile! – dà colore e dinamica al pezzo più tagliente del disco, altre prelibate incursioni fanno capolino qua e là: è il caso della già citata “Ho finito i pezzi latin”, dove Anna si fa prendere in giro dai Selton, o meglio, dai due che non sono stati coinvolti nella realizzazione dell’album e che rinfacciano al terzo – Ramiro Levy è, insieme a Alessandro Di Sciullo, capacissimo produttore delle undici tracce – di essere complice dell’appropriazione culturale praticata dalla catanese ai danni della musica brasiliana. La comicità surreale di Valerio Lundini compare invece nell’arguto skit dialogato che vede Anna vestire i panni di una qualsiasi conduttrice di un talk show televisivo qualunque, impegnata in un’intervista all’“Uomo meno famoso d’Italia” (impersonato dal comico romano), miracolosamente scampato all’egomania da social e, per questo, venerato come una sorta di divinità: la coda perfetta per un pezzo – “Alito sonoro” – che volteggia intorno ad un celebre ritornello (“Parole, soltanto parole…”) per denunciare l’eccesso di inutile verbosità, sotto la quale giace, inascoltata, la verità; e spesso pure il buon senso e l’umanità stessa, come suggerisce la stoccata con cui la cantautrice richiama le parole aberranti pronunciate non troppo tempo fa in un salotto della TV generalista (“E pure un sasso avrebbe parole / per definire un bambino che muore.”).

Parole che sgorgano tanto copiose da poterle bere (“Per ore hai bevuto tutte le mie parole, sono amare, ma col naso tappato, sanno d’amore”) come in “È da tanto che non dico ti amo”, leggero episodio “alla Carella“ – negli arrangiamenti dal gusto funk-pop e nel gioco lessicale “amore/amara” che già l’artista romano aveva cantato nel 1979 – dove Anna introduce un altro dei temi portanti del disco: l’incapacità e il rifiuto di adattarsi a schemi preconfezionati, ereditati da una cultura che ci è stata propinata dall’alto. Se ciò emerge fermamente in “La nuova stagione”, dove la prospettiva “di perdere la vita in un presepe fabbricato” e di “respirare consuetudini comuni” viene rifuggita con forza, preferendole l’idea di un percorso ritagliato su misura per sé (“l’artigianato” citato nel pezzo) anche a costo di accettare un po’ di imperfezione e di monotonia, lo stesso sentimento si riversa anche sulle relazioni: musicalmente, “Coppia che abbaia” suona dolce e melodica come la più convenzionale delle canzoni romantiche, e infatti di questo parla, di un ideale di relazione totalmente convenzionale e universalmente riconosciuto come giusto, da ricercare; ma non necessariamente l’unica via perseguibile è lo stereotipo che ci viene costantemente propinato e dato per buono (“E anche se scappo in tutto il mondo / Lui resta nei paraggi”), che potrebbe anzi apparire posticcio e di facciata, proprio come quei modelli immobili e sorridenti, avvolti nel profumo e con i pettorali in bella vista, che una quindicina di anni fa attiravano code infinite di clienti in mezzo agli scaffali – tempio dell’edonismo più sfacciato – di Abercrombie&Fitch.

Ma il tema sentimentale ritorna ancora, e stavolta senza sguardi disincantati, declinazioni ironiche o cerebrali elucubrazioni sul tema: unica vera ballad, “Se ti guardo come gli altri” è LA canzone d’amore del disco, dove la nostalgia dell’altro è talmente esasperata da superare i confini e le logiche naturali, con il verso finale reiterato e riverberato, nella sua iperbolica drammaticità (“Ho allegato le montagne quando ho visto che mi manchi”).

Se l’abbandonarsi – finalmente – al sentimento, lasciando da parte gli intellettualismi e i ragionamenti, è qui indice di distensione e mancanza di filtri o mascheramenti, in “Niente di me” la libertà di poter essere vulnerabili è persino rivendicata, e con essa quella di sentirsi persi, sfocati, discostati dalla via più ragionevole. Si torna così al grande elefante nella stanza: il tentativo di difendersi dalla sensazione opprimente del ritrovarsi circondati su ogni fronte – dalla propria cerchia di conoscenze, dal pubblico, dalla società – da chi non fa altro che chiederci di rimanere esattamente come siamo, per non perdere chissà quale purezza o autenticità.

“Perché ho duecento matrimoni all’attivo per tutte le cause che ho sposato
E non ti sto a dire quelle da cui ho divorziato
Ma non è sufficiente, perché in tutto questo
L’unica cosa che mi chiedete è di essere coerente.”

(da “Niente di me”)

Ma diventare grandi – nell’arte, come nella vita – significa evolversi, e per evolversi è necessario svoltare, cambiare idea, indietreggiare e ripartire; mutare, come i serpenti, lasciando sull’asfalto un involucro ormai troppo stretto per adagiare i muscoli dentro una pelle nuova. Non senza difficoltà, certo. Ciò che Anna intende fare con questo disco non è solo far stare scomodo chi la ascolta, pungendo e scuotendo con sferzante lucidità chi sta dall’altra parte degli auricolari; ma anche stare scomoda lei stessa, accogliendo le proprie contraddizioni e concedendosi la possibilità di nuotarci dentro. Lasciandosi anche libera di scoprire e costruire nuove versioni di sé, senza appiattirsi su quella logica – appartenente più agli algoritmi, che alla natura umana – che ci vorrebbe sempre simili a noi stessi, copie perfette di ciò che siamo stati. Ecco allora che la densità verbale che caratterizzava i pezzi del primo disco sembra qui dilatarsi e, attraverso un processo di sottrazione, affinarsi per raggiungere una maggior chiarezza comunicativa, mantenendo la brillantezza delle prime canzoni ma alleggerita di qualche virtuosismo; laddove le parole lasciano uno spazio, a riempirlo è il suono, qui – grazie alle registrazioni concentrate in un breve periodo e allo slancio offerto dai due produttori – più coeso e a fuoco pur nella sua variegata policromia.

Così, se nella copertina dell’album d’esordio la cantautrice si presentava per la prima volta al pubblico con un primo piano risoluto, fisso nel gesto di indossare dei giganti occhiali come a voler rendere più nitide le cose davanti a sé, ne “La paura in tasca” Anna è ritratta nel mezzo di una corsa – di una fuga, forse –, con lo sguardo rivolto in direzione opposta rispetto a quella verso cui si sta affrettando, questa volta guardinga (e senza gli occhiali, quelli che tanto avevano reso riconoscibile la sua immagine) mentre dietro di sé grandi ombre dal sapore espressionista (che non sfigurerebbero nelle scenografie de “Il gabinetto del Signor Caligari”) si stagliano quasi sovrastandola.

Ma, e ritorna qui la contraddizione, è tutta finzione, puro teatro: i vestiti che Anna indossa sono abiti di scena, e l’ambiente circostante è in realtà un fondale dipinto, dove sono proiettate – ingigantite – le ombre generate da sagome di carta che ben rappresentano la principale protagonista dell’album, la paura. Quella stessa paura che Anna definisce come istintiva, persino tenera, talmente connaturata al nostro essere da volerla tenere sempre in tasca, pronta a pizzicarci per risvegliarci dal torpore o, altre volte, per frenarci di fronte ad una scelta rischiosa; e che è cosa piccola, materiale, cartaccia dimenticata dentro ai jeans e confusa tra gli scontrini della spesa e qualche spicciolo, eppure così quotidiana da prendere il sopravvento e diventare gigantesca, deforme, difficile da tenere al suo posto. Soprattutto quando esce dalla tasca e incontra le aspettative – anche loro sono concrete, nell’idea di Anna, e hanno le sembianze e le voci di tre sorelle che cantano e cantano ininterrottamente – che la nutrono ed amplificano, illuminandola con torce potentissime e proiettandone l’ombra scura sopra i muri e sulle strade; è quindi da loro che Anna sembra voler scappare, piuttosto che dalla paura che è genuina, abbiamo detto, interiore, e quindi impossibile da debellare. Tanto vale accettarla e imparare a farci pace, e anzi tenersela stretta, come spinta a reagire.

Ecco, allora, il titolo che dà il nome all’album risiede tutto qui: “La paura in tasca” è la canzone che chiude il disco – in “Mi piace” accadeva il contrario, con la title-track posta in apertura, in veste di manifesto –, come a raggiungimento di una consapevolezza maturata al termine di un percorso. Nessun fantomatico “tu” a cui rivolgersi, nessun “altro” da deludere o soddisfare: nella traccia conclusiva, Anna fa i conti con la propria paura e riempie le strofe di tutto ciò che la tormenta, senza farsi mancare una buona dose di sindrome dell’impostore e di ansia del fallimento. E mentre immagina il più catastrofico degli scenari prendere vita davanti ai suoi occhi – l’incapacità di scrivere una buona canzone, i premi che si precipitano giù dagli scaffali, l’overposting selvaggio pur di continuare a esistere –, finalmente lo capisce: non era un freno, quella paura tanto ostracizzata e respinta, ma piuttosto un antidoto all’inerzia e una spinta ad progredire, a sperimentare la curiosità e a rischiare con i suoni e con le parole. Ad un’unica condizione: restare sempre sinceri con sè stessi e con la propria mutevolezza.

“Scrivo perché è da tanto che vivo
Con una penna nella borsa
Ma con la paura in tasca
Vivo perché è da tanto che scrivo
Senza cercare una risposta
Ma ho solo domande in tasca.”

(da “La paura in tasca”)

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