L’ossessione contemporanea di controllare ogni dettaglio della propria vita, anticipare ogni possibile errore e cercare una risposta a tutto si scontra con un invito apparentemente controcorrente: fermarsi, respirare e lasciare che alcune cose trovino il proprio equilibrio da sole.
Con Karma, il nuovo singolo uscito venerdì 19 giugno, Valentina Tioli trasforma questa consapevolezza in un mantra estivo fatto di leggerezza e profondità. Il brano, scritto insieme a Francesco Terrana e Lorenzo Tronchetti, con la direzione artistica di Spaghetty Society, unisce sonorità reggaeton, R&B e soul in un equilibrio raffinato, dove il ritmo invita a muoversi mentre il testo riflette su guarigione emotiva, accettazione e capacità di non farsi consumare dai rancori.

Dopo un percorso che l’ha vista protagonista a X Factor, vincitrice del Premio Lunezia Nuove Proposte, del Premio del Pubblico a Musicultura e autrice di brani certificati Oro e Platino per altri artisti, Valentina Tioli apre con Karma un nuovo capitolo verso il suo album di debutto.
Una canzone che nasce dall’esperienza personale e dalla necessità di ricordarsi che non tutto può essere controllato: a volte la cosa più difficile è proprio smettere di inseguire risposte e imparare ad ascoltare il tempo.
Karma mette in contrapposizione il bisogno contemporaneo di controllare tutto con un invito a lasciare andare: da dove nasce questa riflessione e in quale momento della tua vita l’hai sentita più forte?
Karma è una canzone che avevo nel cassetto da tempo, ma credo che ogni canzone abbia il suo momento. Il suo è arrivato quando ho sentito che il messaggio che conteneva coincideva finalmente con il punto della vita in cui mi trovavo.
Negli ultimi mesi ho letto molto, ho fatto il Cammino di Santiago e sono arrivata a una consapevolezza che oggi sento profondamente mia: passiamo una quantità enorme di tempo a cercare di governare ciò che, in realtà, non dipende da noi. Ogni esperienza, anche quella che sul momento sembra ingiusta o dolorosa, ha qualcosa da insegnarci e può avvicinarci alla versione di noi stessi che siamo destinati a diventare.
Non significa rinunciare ad agire. Anzi, sono una grande sostenitrice dell’impegno, del mettersi in gioco e del farsi il mazzo per ottenere qualcosa. Però ho imparato che ci sono momenti in cui la cosa più difficile è proprio fermarsi. Non fare di più, ma fare spazio. Perché non tutto ciò che conta va conquistato. A volte è semplicemente un atto di fede.
E, come disse il buon vecchio John Lennon molto prima di me: La vita è ciò che ti accade mentre sei impegnato a fare altri progetti.
Nel brano convivono reggaeton, R&B e soul in modo molto fluido. Come hai lavorato per trovare questo equilibrio sonoro così ibrido ma coerente?
Non siamo partiti con l’idea di incastrare generi diversi a tavolino, ma dalla sensazione che volevamo creare. In questo il mio produttore, Francesco Terrana, è stato fondamentale. Il reggaeton dà al brano una leggerezza fisica, quasi istintiva; l’R&B gli permette di conservare intimità, mentre il soul è probabilmente la lingua musicale che sento più vicina quando devo raccontare qualcosa di vero. La sfida era fare in modo che queste anime convivessero senza sembrare una semplice somma di riferimenti. Abbiamo lavorato molto per sottrazione, cercando un suono che avesse movimento ma anche spazio. Volevo che si potesse ballare senza smettere di ascoltare le parole.
Il ritornello sembra quasi un mantra liberatorio: Calma, tanto ci pensa il karma. È più un messaggio che rivolgi agli altri o qualcosa che hai dovuto ricordare prima di tutto a te stessa?
Prima di tutto a me stessa. Le frasi più semplici, a volte, sono quelle che impieghiamo più tempo a comprendere davvero. Calma, tanto ci pensa il karma è un promemoria che avrei voluto sentirmi ripetere più spesso: non tutto richiede una reazione immediata, una spiegazione o una strategia. Ci sono momenti in cui la cosa più intelligente che possiamo fare è non interferire continuamente con la vita. Con questa canzone ho voluto lanciare un invito controcorrente, quasi una provocazione: per tre minuti non fare assolutamente nulla. Mettere in pausa il rumore e lasciare che, almeno per la durata di una canzone, sia la vita a respirare al posto nostro.
Il testo parla anche di guarigione emotiva e di superamento dei rancori, soprattutto quelli amplificati dai social. Quanto i social network hanno influenzato il tuo modo di scrivere oggi?
Molto, perché ormai fanno parte del modo in cui viviamo, delle nostre relazioni e perfino del modo in cui percepiamo noi stessi. Ci danno l’illusione di sapere tutto, o almeno di credere di sapere tutto, quando spesso quello che vediamo è solo una facciata. Ma il tema per me è ancora più ampio. Oggi siamo costantemente sommersi da informazioni, consigli e stimoli che ci dicono come dovremmo mangiare, allenarci, vivere in modo super salutare, avere successo, essere felici, trovare l’amore e diventare la versione migliore di noi stessi.
Tra social, marketing, fuffa guru, retorica generalista e frasi motivazionali, rischiamo di accumulare così tante risposte da dimenticarci perfino quali fossero le nostre domande. Per questo, quando scrivo, cerco di non aggiungere altro rumore. Mi piace pensare che una canzone possa essere uno spazio in cui, per qualche minuto, possiamo disconnetterci da tutto quello che arriva dall’esterno e riconnetterci con noi stessi. Credo che oggi, più che nuove risposte, abbiamo bisogno di ritrovare la capacità di ascoltarci.
Karma ha un immaginario molto notturno, quasi sospeso tra realtà e sogno, con un’estetica molto precisa. Se dovessi tradurlo in un luogo reale, che tipo di spazio sarebbe? E perché proprio quello?
Sarebbe Kyoto, di notte, subito dopo un temporale. Le strade quasi vuote, l’asfalto che riflette le luci delle lanterne e quella sensazione per cui tutto sembra finalmente più nitido, anche se è buio. Mi piace immaginarla così perché dopo il caos resta una specie di silenzio lucido. Non è ancora pace completa, ma è il momento in cui smetti di combattere contro quello che è successo e ricominci ad ascoltarti. Karma per me abita esattamente lì: nello spazio tra ciò che hai lasciato andare e ciò che ancora non sai che arriverà.
Nel tuo percorso hai avuto modo di confrontarti con realtà e artisti molto diversi tra loro, passando da collaborazioni pop a contesti più urban e internazionali. Qual è la cosa più importante che ti porti dietro da queste esperienze e che senti abbia davvero cambiato il tuo modo di scrivere o di stare in studio?
La cosa più preziosa che mi porto dietro da tutte queste esperienze è che i più grandi, quasi sempre, sono anche i più umili. E credo che non sia un caso. Per arrivare a quel livello servono talento e studio, certo, ma anche tantissima esperienza, curiosità, leggerezza e un enorme rispetto per le persone con cui lavori.
Mi sono ritrovata a farmi sistemare le trecce da Dee Dee Bridgewater, vincitrice di Grammy, a cantare Pressione Regolare con una leggenda come Anastacia, ridendo e inventandoci le parole sul momento, ad abbracciare Mika dopo uno dei momenti più emozionanti della mia vita, a fare battute con Shaggy dietro le quinte del Concerto di Natale in Vaticano e a brindare il giorno del mio compleanno con Sophie and the Giants. E ogni volta ho pensato la stessa cosa: la vera grandezza non ha bisogno di dimostrarsi.
Quello che mi hanno insegnato è che dall’ascolto puoi imparare e migliorarti, mentre dall’ego non cresce niente. La tecnica è importante, ma non può sostituire l’esperienza e la verità. Una canzone può essere perfetta e non arrivare da nessuna parte, oppure avere una piccola imperfezione e contenere una vita intera. Oggi cerco proprio quello: non la perfezione, ma il momento in cui una canzone smette di essere solo una canzone e comincia a sembrare viva. E forse è questa la lezione più grande che mi porto a casa: la gentilezza non è una debolezza. È una forma di grandezza. E, alla fine, è quella che lascia davvero il segno.
Hai già collezionato risultati importanti tra premi e certificazioni come autrice. Oggi senti più pressione o più libertà quando entri in studio per un nuovo progetto?
Entrambe, ma sto imparando a usare la pressione come indicazione, non come guida. I risultati ti danno fiducia, ma possono anche farti credere di dover replicare qualcosa che ha già funzionato. Ed è probabilmente il modo più rapido per smettere di essere davvero creativi. Oggi entro in studio con più libertà perché sento di dover dimostrare meno e raccontare meglio. Le canzoni che mi hanno dato di più sono quasi sempre nate quando ho smesso di chiedermi se fossero giuste e ho iniziato a chiedermi se fossero vere.
Stai lavorando al tuo album di debutto: Karma è un tassello di un racconto più ampio. Che tipo di viaggio emotivo e musicale vuoi far vivere a chi ascolterà il disco dall’inizio alla fine?
Vorrei che fosse un viaggio attraverso tutte le sfumature della vita, perché credo che anche le persone siano fatte così. Ci saranno brani che affondano le radici nel cantautorato e nella mia storia, altri che guardano al pop, all’R&B, all’elettronica, suoni più acidi e difficili da incasellare, ballad intime e probabilmente la canzone d’amore più profonda e più vera che abbia mai scritto. Non mi interessa costruire un disco perfettamente coerente dal punto di vista del genere. Mi interessa che sia coerente dal punto di vista emotivo. La vita non ha un solo colore, un solo ritmo o una sola versione di noi. È fatta di contraddizioni, di leggerezza e profondità, di caos e silenzio. E volevo che il disco avesse il coraggio di raccontarle tutte.
Vorrei che, arrivato alla fine, chi lo ascolta avesse la sensazione di aver conosciuto una persona vera. Non perfetta, ma sincera. E che in quelle sfumature potesse ritrovare anche un po’ delle proprie. Perché, alla fine, è proprio questo che fa la musica: ci ricorda che, pur essendo tutti diversi, ci emozioniamo per le stesse cose.

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