42 chilometri di cammino, da Cisano a Calvagese della Riviera.

Così Riccardo Fabbriconi, conosciuto ai più come Blanco, ha scelto di presentare il nuovo album “Ma’”, simbolicamente arrivato alla mamma prima che a chiunque altro, l’inizio e la fine di un percorso.

Una vecchia fotografia di Blanco da bambino con sua mamma Paola, scelta come copertina

L’album, pubblicato il 3 aprile per EMI Records/Universal Music Italia, arriva dopo circa 3 anni di pausa e vede alla produzione la presenza, tra i vari, di Davide “d.whale” Simonetta (Annalisa, Mahmood, Marco Mengoni), Federico Nardelli (Fulminacci, Dente, Colapesce & Dimartino) e il fedele Michelangelo.

La sensazione è che in Ma’ l’artista smetta di correre e scelga invece di tornare al punto di partenza. Non per nostalgia, ma per necessità, al punto che, racconta, tutto nasce da una litigata con la mamma, un momento di conflitto trasformato in 15 tracce e un nuovo viaggio davanti. Il concetto di “perdita”, esplorato a lungo nell’album di esordio “Blu celeste” (2021) lascia spazio ad una profonda analisi dei legami familiari, con le figure genitoriali che diventano cardine della scrittura dell’artista, in un dialogo aperto che percorre l’album quasi nella sua interezza. Quella rabbia esplosiva che aveva caratterizzato finora la produzione di Blanco, lascia spazio ad un’elaborazione del dolore matura e personale, dando ampio spazio al tentativo di riconciliare sé stesso con le proprie fragilità e insicurezze.

L’album si apre con “Ti voglio bene, uomo”, una dichiarazione dedicata agli amici che ha attorno e con cui professionalmente condivide il suo percorso artistico; forse è il brano che tematicamente più si distacca dal leitmotiv genitoriale, pur dando risonanza al concetto di condivisione e appartenenza ad una (seconda) famiglia. Proseguiamo poi con la title track, in cui Blanco torna ad essere solo Riccardo: un figlio che scrive alla mamma, e che ammette di non riuscire ad amarsi così come lo ama lei; un brano terribilmente umano e intimo, in cui la fragilità dell’artista viene fuori forse come mai prima d’ora.

E c’hai ragione sempre tu, ma’
io non mi voglio bene.
Questa vita fa schifo, tu mi avevi avvertito.
Mi sarei divertito, se ci fossi stata tu ma’,
io non mi voglio bene come me ne vuoi tu.
Perché è così complicato amarmi?
Mi sento così fragile. (da “Ma’”)

In “Peggio del diavolo” la collaborazione con Gianluca Grignani dà il tocco più rock al disco, mentre “Ricordi” con Elisa ci trasporta in una ballata fragile e delicata come solo l’artista triestina può fare. Entrambi i pezzi funzionano perfettamente, mostrando un ottima sintonia vocale tra Blanco e i due ospiti.

Il brano di chiusura, infine, è una chicca: “Un posto migliore”, si apre solo con un pianoforte e si chiude con un assolo di sax inaspettato e intenso. Un esperimento diverso dagli altri, ma che regala davvero un ottimo ascolto.

E sento il vuoto, conosco poco di me
come sto e cosa sarà di me.
Ho tutto addosso, ma tu già lo sai.
Io me ne accorgo adesso,
perché crescere fa paura. (da “Anche a vent’anni si muore”)

Nonostante le tematiche dei brani e la vulnerabilità percepita dell’artista, Ma’ non risulta mai un disco pesante da ascoltare. Ci mostra una nuova prospettiva su un artista di appena 23 anni che, forse, ha bruciato più fasi di quanti molti artisti ne attraversino in un’intera carriera, e che ha trovato la forza di staccare, dire basta e ricominciare. C’è la necessità di ritrovarsi, di ritrovare i proprio cari, ma soprattutto la volontà di crescere e riuscire pian piano a mettere ordine nel proprio caos emotivo.

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