Etlis torna con “1000 CADUTE”, un EP che rappresenta il capitolo più maturo e identitario del suo percorso artistico. Un progetto che prende forma come un concept coerente e personale, in cui ogni traccia racconta una caduta diversa e il tentativo di rialzarsi.

Al centro del racconto c’è una metafora potente e autobiografica: quella dello skateboarding, da sempre parte del vissuto dell’artista. Cadere, riprovare, resistere: un’immagine che si allarga fino a diventare generazionale, restituendo il ritratto di chi oggi si trova ad affrontare instabilità, relazioni complesse e ricerca di sé.

Dal punto di vista sonoro, “1000 CADUTE” fonde rap alternative, rock e pop, mantenendo una forte impronta contemporanea. Batterie suonate ed elettroniche si intrecciano a chitarre emotive, mentre la scrittura resta il cuore pulsante del progetto: diretta, vulnerabile e autentica. Con questo lavoro, Etlis consolida la propria identità nel panorama rap/alternative italiano, costruendo un immaginario visivo e sonoro coerente, tra atmosfere urban e suggestioni grunge. Ne abbiamo parlato direttamente con lui in questa intervista.


“1000 CADUTE” è un concept molto forte: quando hai capito che tutte queste esperienze potevano diventare un progetto unitario e non solo singoli brani?
Facendo i brani mi veniva in mente sempre quest’immagine della caduta nel vuoto, e inconsciamente, una volta che scrivevo nuovi brani, vedevo sempre un filo conduttore tra di essi. Quindi ho semplicemente racchiuso questo concentrato di cadute, parafrasando.

Nel disco usi la metafora dello skateboarding: quanto è autobiografica questa immagine e quanto invece rappresenta una generazione più ampia?
Questa metafora la sento molto mia perché innanzitutto ero uno skater, e rapportarsi con le cadute era la prassi. Ma la cosa più bella che ti trasmette lo skate è quella di non arrendersi: provare e riprovare finché non riesci a fare quel trick. Detto ciò, penso che questo concetto possa riflettersi sicuramente nella mia generazione che ci troviamo ogni giorno ad affrontare le difficoltà della vita. Considerando anche il periodo storico non facilissimo che stiamo vivendo, siamo un po’ condannati a cadere continuamente, ma come mi ha insegnato lo skateboarding, l’importante è rialzarsi e non abbattersi, anche se è difficile.

 Le tue canzoni sono molto dirette e vulnerabili: c’è stato un momento in cui hai avuto paura di esporti troppo?
Purtroppo, ho sempre paura! Perché a volte mi chiedo “Ma chi me lo fa fare di scrivere cose così personali?”. Però alla fine dei conti è quello che mi riesce meglio, quindi a volte è più un’urgenza personale, un bisogno di buttare fuori quello che ho dentro. E poi le canzoni che di solito arrivano di più sono proprio quelle dove ti metti realmente a nudo: è sicuramente un’arma a doppio taglio, però farlo mi fa stare bene, quindi lo faccio.

A livello sonoro mescoli rap, rock e pop in modo molto naturale: è una ricerca consapevole o nasce più istintivamente mentre lavori in studio?
In realtà è una cosa molto istintiva. Sai, anche se alcuni ritornelli possono sembrare pop, non c’è alcuno studio dietro, penso che questo succeda a tutti i rapper quando iniziano a cantare nei ritornelli: automaticamente diventano pop. Per me però è più una sfumatura, uso il ritornello perché suoni come un pezzo melodico, per ampliare il raggio d’azione della musica rap e farla arrivare a persone estranee al genere. In realtà tutti i ritornelli che potete sentire nella mia discografia li ho scritti in meno di un’ora, così come anche le strofe, se non mi escono spontanei, non li scrivo.

Ogni traccia rappresenta una “caduta” diversa: ce n’è una che senti particolarmente vicina al tuo momento attuale?
Questa visione di ogni traccia come una caduta mi piace un sacco, effettivamente ora che ci penso è proprio così: ogni traccia è una caduta diversa, una emotiva, una legata all’autostima, alla rabbia, ecc. Ora come ora sono affezionato all’ultima traccia, QUANTE VOLTE ANCORA?, che è quella più borderline, perché neanche io saprei definire che canzone sia. So però che è una di quelle che è arrivata di più alle persone, è forse una delle canzoni più viscerali e autentiche che ho scritto fino ad oggi.

L’immaginario del progetto è molto visivo, quasi cinematografico: quanto è importante per te costruire un’estetica oltre alla musica?
Fondamentale, perché sono un grande appassionato di design. La costruzione di un’estetica che comunichi in modo minuzioso la visione di un artista è per me la strada per differenziarsi e per farsi spazio in un mondo sempre più saturo di musica. Quindi oltre ad essere una passione, la cosa che mi piace di più è quando la musica che faccio calza alla perfezione con la visione estetica che ho in mente. Mi rende orgoglioso.

Vieni da freestyle e competizioni: quanto quella fase ha influenzato il tuo modo di scrivere oggi?
Parecchio, perché il freestyle è come una lettera mentale estremamente veloce. Farlo ti aiuta non solo a elaborare molto più velocemente i pensieri che hai in testa, ma anche nella stesura dei testi, perché in automatico, almeno per me, mi ha portato a scrivere molto più veloce e in modo più sintetico. Anche se penso che la lettura sia un altro alleato imbattibile.

Se dovessi riassumere “1000 CADUTE” in una sola sensazione da lasciare a chi ascolta, quale vorresti che fosse?
La sensazione che vorrei trasmettere tramite questo progetto è la resilienza: che ogni caduta, anche se può ferirti per parecchio tempo, ti sta semplicemente insegnando a non ripetere più gli stessi errori, avvicinandoti sempre di più ai tuoi obiettivi.

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