Sul finire degli anni ’70, in Canada, il compositore Raymond Murray Schafer introduceva per la prima volta il neologismo “soundscape”, coniato dall’unione dei termini “sound” (“suono”) e “landscape” (“paesaggio”), all’interno di un volume (“The Tuning of the World”, del 1977) che sarebbe diventato un caposaldo dei successivi studi di antropologia musicale ed ecologia acustica. Con il concetto di “paesaggio sonoro”, il canadese indicava la possibilità di entrare a contatto con un ambiente a partire dall’insieme di eventi sonori che lo compongono (compresi quelli prodotti dalla natura, dagli animali e dagli uomini che lo abitano), intesi non come accadimenti estemporanei ma come elementi strutturanti dell’ambiente stesso; non solo un modo di approcciarsi ad un ascolto attento dello spazio circostante, ma un’occasione inedita di farne esperienza e di conoscerlo, spostando l’attenzione sulla dimensione acustica. L’avevo studiato anni fa sui libri dell’università, ci ho ripensato una sera in treno ascoltando “Camaleonte”, l’ultimo album targato Alberto Bianco e pubblicato lo scorso 6 febbraio per Garrincha 373.

Bianco

Arrivato al suo settimo disco (ottavo, contando anche il bel live del 2019 “Tutto d’un fiato”), il cantautore torinese si è trasferito per una settimana a Torri in Sabina, nel reatino, dove si è riunito con gli amici musicisti Roberto “Bob” Angelini e Andrea “Fish” Pesce e con loro ha scritto, suonato e registrato tutte le canzoni dell’album. Per l’occasione, i tre hanno deciso di fare un salto indietro nel tempo e di ricorrere a un vecchio Tascam 414 a quattro piste: a suggerire l’idea, l’esperimento “TR4CKS” messo in piedi dallo stesso Angelini e basato proprio sull’ospitare in studio un artista ogni volta diverso con cui fare musica servendosi del supporto analogico. Prodotto tra gli anni ’90 e i primi 2000 e caratterizzato dalla possibilità di registrare su una comune audiocassetta fino a quattro tracce simultaneamente, quello che in passato era usato dai cantautori per fissare idee e provini diventa qui non solo strumento, ma presenza viva e vibrante, quasi demiurgica: il prediligere l’analogico al digitale (“magnete contro algoritmo”, ha scritto Angelini parlando del disco) è al tempo stesso scelta estetica e politica, di forma e di sostanza, capace di plasmare l’anima del disco e determinarne il carattere sonoro e spaziale.

Sin dai suoi primi istanti, infatti, “Camaleonte” si caratterizza innanzitutto per una presenza sonora fissa, di fondo, che permea tutto lo spazio del disco e lo definisce: si tratta del fruscio dei nastri, che trapela da prima che inizino a distinguersi le prime note e che rimane – ora più nascosto, altrove più percepibile – a dare consistenza e a delineare il clima in cui respirano le canzoni. Qualcosa di simile a ciò che Murray Schafer definiva “tonica”, o “keynote sound”: un suono di sottofondo costante e fortemente identificativo di un paesaggio – come il fischio del vento sulla cima di una montagna, il frastuono del traffico in una grande città o lo scorrere dell’acqua lungo la riva di un fiume –, pervasivo al punto da non essere sempre udito coscientemente, ma impregnato della quotidianità e della sostanza del luogo stesso.

Aggrovigliati nel brusio persistente del nastro magnetico, gli undici episodi dell’album prendono forma da intelaiature semplici ed essenziali, con brevi idee musicali che si ripetono in modo circolare ed ostinato, movimentate qua e là da lievi variazioni armoniche e dissonanze utili ad intessere l’ambientazione emotiva dei brani (come nella suggestiva traccia d’apertura “A casa di Mimì”). Nello spazio così circoscritto, la voce di Alberto entra nel registratore analogico con la stessa consistenza degli strumenti che via via la accompagnano, e insieme ad essi diventa parte di uno stesso ecosistema, senza sovrastarli ma piuttosto attraversandoli. La pasta vocale è schietta, grezza, spogliata di qualsiasi intento virtuosistico o performativo, e sembra guidata più dalla pancia che dalla testa: se in alcuni momenti appare fragile, a riflettere l’intimità della materia narrata (“Due parole”, “Il tempo è un bastardo”), in altri rivela il suo lato più crudo ed istintivo (“L’amore è anarchia”, “Prenditi bene”), riuscendo sempre a suonare autentica e materica, quasi palpabile. Così, i giri di accordi che indugiano su sé stessi, la schiettezza comunicativa, l’insistenza di un suono che scava su un concetto sonoro ed emotivo invece di ricercare slanci melodici complessi e seducenti rappresentano le “impronte sonore” (“soundmarks”) dell’album, ossia – tornando al punto da cui eravamo partiti – i suoni tipici e profondamente peculiari dello spazio delineato dal cantautore.

Ti sussurro una canzone
Senza musica
Mentre annuso la tua voce
Che come l’aria muove,
Senza dar fastidio, un fiore
le lenzuola stese che sono i tuoi denti
Che mi illuminano mentre
Io, io continuo a cercarti
Nei locali di notte in cui rimandavamo
Il futuro a domani
Perché il tempo è un bastardo
Ti convince che tutto lui possa guarire
Ma nel frattempo
Ti guarda soffrire.
(da “Il tempo è un bastardo”)

La stessa essenzialità si riflette anche nella scrittura dei testi, affidata all’istinto più che al raziocinio, e per questo in certi momenti quasi embrionale, abbozzata, in divenire: questa ricerca dell’indispensabile, unita all’estetica del suono, fa sì che l’album assuma i contorni di un diario di lavorazione o di un taccuino consumato e fitto di parole scritte di getto, generando in chi ascolta una sensazione di prossimità inedita con la materia sonora. Ciò che realmente fa da filo conduttore tra le tracce, insieme alla consistenza analogica della registrazione, è quindi l’urgenza comunicativa che le attraversa tanto nei testi quanto nella musica, figlia della volontà di fissare in modo fulmineo e autentico le istantanee del momento in cui le canzoni hanno preso forma. Così, i testi di Bianco non rispondono tanto all’intenzione di riferire i dettagli di questo o quell’episodio, ma seguono piuttosto il flusso estemporaneo dei pensieri, riportati senza sovrastrutture o tentativi di edulcorarli, come se già il semplice fatto di essergli venuti in mente li rendesse degni di essere cantati e cristallizzati in una canzone.

Così “Camaleonte”, con i suoi suoni volutamente sporchi, la granulosità dell’analogico, le imperfezioni delle voci e i testi che sembrano a tratti acerbi, disegna un’intimità quasi tattile e delinea uno spazio – fisico, ma soprattutto emotivo – perfettamente tangibile, che spesso va a coincidere con il territorio intimo e radicato del ricordo. Il tema della memoria ritorna di frequente, grazie a testi che prendono il largo tra i momenti dell’infanzia e della prima adolescenza, qui rievocati come ormeggi sicuri per difendersi dalla malinconia del presente: “Assiere” rispolvera le giornate trascorse nell’omonima borgata della Val di Susa, tra i primi baci, le prime sigarette e i primi respiri di libertà; la traccia che dà il titolo all’album, invece, risuona come dedica sentita agli amici di sempre, sospesa tra il ricordo felice dei momenti vissuti insieme (i tuffi senza vedere il fondo, le sbronze, le cadute in bici, i pomeriggi a suonare…) e la consapevolezza di ciò che il tempo non cancellerà (“Non avere tatto, ma volersi bene / Per salvarsi forse basta solo questo seme / Non è cambiato niente / Tutto sembra sempre molto divertente”). Come piccole macchie d’inchiostro che progressivamente si allargano sul foglio, insomma, le canzoni dell’album finiscono per comporre una vera e propria mappa emotiva, che il cantautore traccia man mano che ripercorre i luoghi dei propri ricordi – l’ingresso del liceo, i sentieri di montagna, i binari di un treno che corre veloce – e che è fedelmente rievocata nell’illustrazione che fa da copertina al disco (realizzata per Bianco dai Cabani Bros).

Scappavamo dai serpenti morti
Col cuore che faceva i botti
Dietro al castagno le siga nascoste
Dei più grandi con le moto
Non mi ricordo di chi era la festa
Se la respiri ti gira la testa
Nel bosco al buio la tua faccia rossa
Un bim bum bam per la prima mossa
Le tue labbra mi danno la scossa
Le sento entrare nelle ossa
Ti amo senza farlo apposta
(da “Assiere”)

Ma proprio come il camaleonte, descritto da Bianco come “un essere fragile e mimetico, che osserva il mondo con due occhi indipendenti, capace di guardare contemporaneamente al passato e al futuro”, anche il corpo narrativo dell’album cambia forma molteplici volte, spostandosi agilmente tra la memoria e il presente: dopo aver attraversato la rarefazione del ricordo e del tempo sospeso, le ultime due tracce del disco si muovono nel magma confuso del qui ed ora, dipinto con poetica lucidità e ironica consapevolezza. “In treno” è lo sguardo fisso su un paesaggio esterno che cambia continuamente e di fronte al quale il cantautore recupera l’impulsività delle prime volte (le stesse che rievocava in “Assiere”) e l’incoscienza di chi ha ancora tutto da sperimentare (“Io non voglio morire ma ci vorrei provare / Io non voglio più amare ma ci vorrei provare”); quindi, la chiusura del disco è affidata ad un brano che è simbolo di una scrittura (quella che accomuna l’intero album) che abbandona qualsiasi sovrastruttura affidandosi alla spontaneità dell’istinto, a partire dall’imperativo etico del titolo: “Prenditi bene”.

La vita a volte è strana
Ti piscia sulla gamba come fosse il tuo cane
Ti spreme negli occhi un limone
Poi ti ruba il portafoglio, ti ruba l’amore
La vita a volte è strana
Ti porta via chi ami e non trova un rimedio
Ti spegne gli amici e tu non sai più che fare
La vita a volte è strana ed è un po’ villana
Ti tiene sveglio fino al mattino
Ti rompe i coglioni più di un vicino
I soldi, il parcheggio, la tipa, un tumore
La vita è una merda quando provi a dormire
È strana e malata ed è piena di buchi
Una tossica in taxi un po’ ricca che fuma
E dalla sua bocca la nebbia che esce
Ti spegne la voglia di prenderti bene
Ma tu prenditi bene, sì
Dai, prenditi bene
(da “Prenditi bene”)

In un lavoro che individua i propri punti cardinali nella spontaneità e nella selezione di ciò che è indispensabile, anche il silenzio e la sospensione trovano un proprio posto: lo si avverte nei frequenti frammenti strumentali, che contribuiscono a costruire le atmosfere del disco e a far sentire l’ascoltatore accolto al loro interno, agendo come corridoi emotivi tra un episodio e l’altro. Così, oltre ai brani più tradizionalmente cantautorali (“Due parole”, “Camaleonte”), anche i momenti strumentali sono qui caricati di una consistenza narrativa e quasi filmica: passaggi come “A casa di Mimì pt II”, “4.32 am” e “Il serpente maculato dei cespugli” servono, anche quando apparentemente inconsistenti e fumosi, per far sedimentare la densità emotiva raccolta nei momenti precedenti, rafforzando il senso di ogni brano e immergendo l’ascoltatore in una dimensione sospesa e rarefatta.

Ciò che ne deriva è, ancor più che negli altri lavori del cantautore torinese, un album pensato per un ascolto integrale, da capo a coda, proprio come si faceva ai tempi dell’analogico: questo perché la forza della produzione non sta tanto nel pregio di questo o quel brano o nella memorabilità di un ritornello particolarmente accattivante, ma piuttosto nella capacità di Bianco di costruire un paesaggio emotivo profondamente denso e di realizzare un disco che sta dentro un tempo e uno spazio che non appartengono ad altri se non a sè stesso. E in effetti “Camaleonte” sembra essere lì da sempre, contemporaneamente intriso del profumo di legno e aria pulita respirato a 2.300m di altitudine e della matericità di un nastro magnetico che si avvolge dentro un casolare del centro Italia; e della convinzione che un suono vero, anche se sporco o imperfetto, possa plasmare e riempire uno spazio più di mille altre sovrastrutture.

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